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mercoledì 2 dicembre 2015

Un libro autografato della Helen Buckhurst, amica di Tolkien e madrina di sua figlia Priscilla


An Elementary Grammar of Old Icelandic
di Helen McMillan Buckhurst
Methuen and Co. Ltd., Londra
1° ed. 1925, pp. 104
Con firma autografa
Rilegato in tela rossa


Su una delle prime pagine interne si legge:

Father P. Hobart. S. J.
with all good wishes - 
Helen T, McM Buckhurst -
June, 1927 - /


Vi chiederete cosa possa avere in comune questo libro o la firma dell’autore con il nostro Professor Tolkien. Posso dirvi che è più di quanto si possa immaginare.

Helen Therese McMillan Buckhurst (1894-1963), è stata borsista e Gilchrist Student al Somerville College di Oxford e nel 1919 ottenne una borsa di studio per recarsi un anno in Islanda. Questa sua passione per la lingua, la letteratura e la cultura islandese, così come l’inglese antico, la portò a scrivere The Corpus Glossary (1921) – un volume posseduto anche dallo stesso Tolkien su cui appose diverse annotazioni – e questo An Elementary Grammar of Old Icelandic (1925). Due libri in cui la Buckhurst ringraziò W. A. Craigie, Rawlinson and Bosworth Professor di Anglo-Sassone all’Università di Oxford, predecessore dello stesso Tolkien che lo sostituì a partire dal 1926.
Il 16 febbraio 1926, la Buckhurst lesse il componimento Icelandic Folklore durante una riunione della Viking Society di Londra (pubblicato poi negli Atti della Società, vol. X), nel quale citò le caratteristiche che i Troll hanno nella tradizione islandese facendo cenno alla loro vulnerabilità alla luce del sole, molto simile a quanto descritto da Tolkien ne Lo Hobbit.
Dal 1926 al 1930 ricoprì il ruolo di Fellow e Tutor di Lingua inglese presso il St Hugh’s College a Oxford.
Il 9 dicembre 1927 Tolkien fu nominato supervisore per la sua tesi The Historical Grammar of Old Icelandic, iniziato proprio con il libro qui presentato, e mai pubblicato dopo la sua stesura.
La Buckhurst, però, strinse un fortissimo legame con Tolkien e la sua famiglia al punto, dopo essersi convertita al cattolicesimo, da essere, nel giugno 1929, la madrina di battesimo della figlia Priscilla. Nel 1937, mentre la Buckhurst insegnava al Loreto College, una scuola femminile cattolica a St Albans, Hertfordshire, Tolkien la inserì nell’elenco delle persone a lui più vicine a cui inviare la prima edizione de Lo Hobbit. Il 23 settembre 1937, la Buckhurst ringraziò Tolkien con una lettera nella quale scriveva “'Caro Ronald [Lo Hobbit] è delizioso… la mia unica lamentela è che non ci sono più illustrazioni. Spero solo che questo è il primo di molti libri di questo genere” (MS. Tolkien 21, folio 117).
Tolkien volle anche che ricevesse le prime edizioni dei tre volumi de Il Signore degli Anelli


L'autrice aggiunge il suo nome Therese tra Helen e McMillan.


In riferimento alla vicenda dei Troll narrata dalll Buckhurst e Lo Hobbit di Tolkien, nella seconda edizione de Lo Hobbit annotato (Bompiani, 2004) si legge:

L'articolo di Buckhurst si riferisce ad alcune interessanti storie tratte da Icelandic folklore, includendo alcuni racconti dei Troll, che descrive come segue:I Troll islandesi, come rappresentato sia in saga che in altri recenti racconti, sono delle creature enormi e deformi, con qualche riferimento alle forme umane ma spaventosamente brutti. Costruiscono le loro case tra le montagne, vivendo in caverne tra le rocce e la lava. Hanno sempre atteggiamenti brutali e spesso scendono di notte fin le fattorie per rubare pecore, cavalli, bambini,o anche adulti e donne, per sbranarli nelle loro case tra le montagne (pp. 222-23).
Fa anche notare che alcuni Troll hanno potere solo in alcune ore di oscurità, durante il giorno devono necessariamente restare nascosti nelle loro caverne, perché raggi del sole li trasforma in pietre. Buckhurst ci da un breve esempio di questo tipo di Troll.
La notte del Troll
In una determinata fattoria è accaduto che chiunque avesse tenuto lo sguardo al di là della casa nella notte di Yule, mentre il resto della famiglia era alla celebrazione di mezzanotte, fosse trovato morto o impazzito il giorno successivo. Questo era un problema, e dunque pochi restavano seduti a casa nella notte di Yule. Un anno una ragazza decise volontariamente di occuparsi della casa, ovviamente gli altri ne furono lieti e andarono in chiesa. La ragazza si sedette sulla panchina nel soggiorno, raccontando a un bambino cosa lei avesse sul ginocchio. Durante la notte venne un essere alla finestra, e disse:
"Si allieta la mia vista a quella mano della creatura - mia bricconcella, mia coraggiosa, canta dillido"!Poi lei cantò:"Lo sporco non viene mai via dal pavimento
ripugnante essere Kàri, canta korriro!Poi l'essere alla finestra:"Si allieta la mia vista a quegli occhi della creatura - mia bricconcella, mia coraggiosa, canta dillido"!Poi lei cantò:Il demone non si prende mai in considerazione,ripugnante essere Kàri, canta korriro"!Poi l'essere alla finestra disse:"Si allieta la mia vista al piede di quella creaturamia bricconcella, mia coraggiosa, canta dillido"!Poi lei cantò:"Il niente sporco lascia la sua improntaripugnante essere Kàri, canta korriro"!Poi l'essere alla finestra disse:Il giorno adesso sorge ad estmia bricconcella, mia coraggiosa, canta dillido"!Poi lei cantò:"L'alba ora ti cattura, tramutandoti in una pietra,e nessun uomo sarà più ferito da te,ripugnante essere Kàri, canta korriro"!
Poi lo spettro svanì dalla finestra; e quando gli abitanti della casa tornarono la mattina seguente, videro una grande pietra che si ergeva sul tetto; e lì sarebbe stata per sempre. La ragazza gli raccontò cosa avesse sentito; ma di come fosse il Troll non potette dire nulla non avendolo mai guardato attraverso la finestra. (pp. 229-31).
Buckhurst non lo cita, ma la sua fonte per il racconto era “Islenzkar Thjodhsoegur og aevintyri" (1862), volume I°, di Jòn Arnason. Una selezione dalla collezione dei due volumi di Arnason furono tradotti da Gorge E. J. Powell e Eirìkur Magnùsson e pubblicati con il titolo “Iceland Legend” (1864), ma questo volume non include questa storia. Nei racconti popolari Norvegesi, i Troll alla luce del sole scoppiavano a pezzi.