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domenica 10 aprile 2016

Tolkien l'esperantista: la prefazione di John Garth


Nel dicembre 2015, è stato pubblicato il volume J. R. R. Tolkien l'esperantista. Prima dell'arrivo di Bilbo Baggins (Cafagna Editore). Un lavoro internazionale che, grazie agli studi compiuti dal barlettano Oronzo Cilli e agli americani Arden R. Smith e Patrick H. Wynne, ricostruisce il rapporto tra l'autore del Signore degli AnelliJ.R.R. Tolkien, e l’esperanto di L.L. Zamenhof. Il saggio firmato da Smith e Wynne, già pubblicato sulla rivista Seven (The Marion E. Wade Center, 2000) e per la prima volta tradotto in Italia, presenta le prime esperienze di Tolkien con i linguaggi inventati e analizza approfonditamente l’approccio con l’esperanto contenuto nel suo taccuino del 1909, Book of the Foxrook.

Qui riporto la prefazione scritta da John Garth, tra i più importanti biografi di Tolkien.


PREFAZIONE*
di John Garth

Uno studioso solitario, ispirato dalle lingue europee vive, crea un nuovo linguaggio e sogna la nascita di un nuovo mondo – un mondo definito dalla speranza. Anche se non esistono parlanti madrelingua, esso cattura l’immaginazione di molte persone in molte nazioni, e si formano associazioni per incoraggiarne lo studio.

Ovviamente, sto scrivendo di Zamenhof – ed allo stesso tempo di Tolkien. Tuttavia il lettore potrebbe pensare che si tratti di un semplice gioco, ma davvero l’“Elfico” di Tolkien (in realtà, una serie di lingue intercorrelate ed altre vicine non elfiche appena abbozzate) non ha nulla in comune con l’esperanto? Le lingue di Tolkien sono di fantasia, parlate da gente di fantasia; l’esperanto di Zamenhof è stato pianificato per essere parlato da gente reale, per infrangere le barriere linguistiche esistenti, e così cambiare il mondo in cui viviamo. Al contempo, il Quenya e il Sindarin possiedono qualità estetiche, alle quali sono associati un sostrato culturale e storie mitologiche, nonchè un intrecciarsi di storia linguistica degno delle lingue reali – tutte cose di cui l’esperanto non sembra volersi vantare.

Tuttavia, i due progetti hanno in comune la convinzione che la lingua sia il fattore determinante della nostra esistenza in quanto esseri razionali, e che essa contenga il seme della speranza per un mondo migliore. Zamenhof e Tolkien erano linguisti geniali, pionieri che aprirono nuove strade in quel campo, che estesero i limiti della stessa creatività umana, e fecero sogni più grandi di quanto molti di noi non osino sognare C’è di più: Tolkien stesso aderì all’esperanto, imparandolo in gioventù per diletto personale, per scrivere “in codice”, ed esprimere i suoi ideali.
Il capitolo introduttivo di Tim Owen fornisce un ampio contesto storico, mostrandoci quanto il mondo fosse interessato all’esperanto nel momento in cui Tolkien ne subì il fascino. La storia della sua creazione e diffusione, del tradimento e delle divisioni, della morte del suo creatore nel bel mezzo di una Guerra senza precedenti, riecheggia per certi versi il Silmarillion. Ci fu anche una sovrapposizione cronologica: Tolkien, come sembra, iniziò a creare il Quenya nel 1914 e l’anno seguente le leggende ad esso associate. La Terra di Mezzo non ebbe, comunque, un pubblico fino quando Lo Hobbit fu pubblicato nel 1937 –anno grave e oscuro per l’esperanto, come ci narra Owen.
Patrick H. Wynne e Arden R. Smith ci portano al cuore della questione, con un resoconto dello stretto rapporto di Tolkien con l’esperanto. Questo saggio, originariamente pubblicato sulla rivista «Seven», merita certamente di essere ripreso in questo volume. I suoi autori sono impegnati da vicino con la cura e la pubblicazione postuma dell’opera di Tolkien sulle sue lingue inventate – un progetto monumentale che merita una maggior diffusione – e pochi meglio di loro conoscono l’intima relazione tra la creazione dei linguaggi e i testi.

Questo lavoro include anche un breve testo di Tolkien stesso, Un filologo sull’esperanto, riprodotto da un numero del 1932 di «The British Esperantist», che ci fornisce uno sguardo caratteristico su Tolkien l’anti-purista. Le sue riflessioni più mature sul valore dell’esperanto – estetiche, ma anche pratiche e politiche – vengono ulteriormente indagate, originando interessanti mescolanze con le lingue “elfiche” di Tolkien.

Caratteristico è anche il fatto che Tolkien, avendo nel 1931 lodato gli sforzi per creare un “linguaggio umano scevro delle complicazioni dovute all’opera dei troppi cuochi che rovinano la minestra”, dovette più tardi rivedere il suo commento per avvertire che tali sforzi sarebbero potuti sfociare in “una lingua disumana del tutto priva di cuochi”. Dopo la pubblicazione de Il Signore degli Anelli, la crescente fiducia nel proprio lavoro – in cui le lingue inventate sono inestricabilmente connesse alla mitologia – sembra accompagnata da una crescente attitudine a vedere l’artificiosità in ogni linguaggio carente di un legendarium. Forse, sapere che molti lettori, oggigiorno, possono godere de Il Signore degli Anelli e de Lo Hobbit in esperanto, ne avrebbe mitigata l’opinione.

A diciassette anni, Tolkien usò l’esperanto in un quaderno contenente il suo primo sistema di scrittura inventata da noi conosciuto. Smith e Wynne penetrano ingegnosamente nel pensiero del giovane Tolkien, fornendo un ulteriore contesto prezioso – così che possiamo vedere l’intrigante ed apparente paradosso del giovane Tolkien, che, autoprofessandosi desideroso di costruire una mitologia per l’Inghilterra, fu anche affascinato da una lingua progettata per superare le divisioni tra nazioni.


Tuttavia, davvero Tolkien usò l’esperanto per questioni di segretezza? Questo libretto non poteva essere piuttosto inteso come da condividere con un gruppo ristretto – forse con i compagni Boy Scouts come suo fratello Hilary? È questo l’argomento presentato da Oronzo Cilli nella parte finale di questo libro – un lavoro da certosino che va in profondità e arricchisce il quadro di fondo dell’interesse del giovane Tolkien per l’esperanto. Tutte le testimonianze sollevano la questione se Tolkien, se ne avesse avuto il tempo, si sarebbe potuto coinvolgere nelle attività dell’esperanto negli anni a seguire; e Cilli fornisce ricchi dettagli riguardanti il periodo in cui Tolkien fu a Oxford come professore. Non solo, ma Cilli ha scoperto un manifesto del 1933 firmato anche da Tolkien per chiedere l’introduzione dell’esperanto “come normale materia, ed … il suo uso nelle scuola del mondo”. È più che chiaro che l’esperanto era una presenza profonda nel mondo intellettuale di Tolkien, ma anche un argomento del quale egli deve aver parlato con amici e colleghi professori.
L’opinione di Tolkien sull’esperanto fu complessa e mutevole. Ebbene, nonostante sembri che, negli anni della maturità, si sia spostato su posizioni più critiche, sarebbe insensato sottovalutare l’influenza del progetto di Zamenhof su quello di Tolkien. Tolkien una volta ebbe a scrivere che inventò gli Ents perché deluso «di fronte all’uso scadente che Shakespeare fece del Grande bosco di Birnam sull’alta collina di Dusinane»: la foresta in movimento del Macbeth è solo un esercito di uomini camuffati con rami e frasche, ma ne Il Signore degli Anelli gli alberi marciano letteralmente alla guerra. Anche un’influenza negativa è comunque un’influenza, e molte delle invenzioni più immaginifiche di Tolkien nacquero in parte dalla frustrazione nel vedere i limiti delle creazioni di altri che lo precedettero. Se l’esperanto inizialmente contribuì ad alimentare l’aspirazione di Tolkien a creare linguaggi propri, questa è di certo un’influenza importante. Se poi Tolkien divenne profondamente consapevole dei limiti di ciò che vide, questo è ancor più importante – poiché il suo tentativo di superare quei limiti portò alla creazione dell’Elfico e della Terra di Mezzo.

*Traduzione dall'inglese di Greta Bertani, studiosa e autrice de Le radici profonde. Tolkien e le Sacre Scritture (il Cerchio).

John Garth, è conosciuto a livello internazionale per il suo lavoro pionieristico relativo allo sviluppo creativo di J.R.R. Tolkien nel contesto del suo tempo. Tolkien e la Grande Guerra, il suo studio biografico del 2003 che esplora l’invenzione della terra di Mezzo sullo scenario della Prima Guerra Mondiale, ha vinto il Mythopoeic Award for Scholarship. La continua ricerca ha prodotto un breve saggio, Tolkien all’Exeter College, sugli anni di formazione universitaria. Come Assistente in Studi umanistici al Black Mountain Institute, dell’Università del Nevada a Las Vegas, sta attualmente lavorando al suo nuovo libro su Tolkien. Dopo aver contribuito al Blackwell Companion to J.R.R. Tolkien e alla Routledge J.R.R. Tolkien Encyclopedia, Garth scrive regolarmente per la rivista annuale di studi «Tolkien Studies». Ha studiato Inglese ad Oxford ed in seguito è diventato giornalista, lavorando per molti anni al «London Evening Standard». Attività più recenti comprendono il web-editing di una rivista di ex allievi dell’università: «Oxford Today»; scrive articoli su temi culturali per i maggiori media quali «The Guardian», «Times» e il «Daily Beast»; l’insegnamento di Tolkien ad adulti per la Oxford University ed il Mythgard Institute, nonché conferenze e comparse sui media in Inghilterra ed altrove.

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