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venerdì 11 novembre 2016

From the World's End di Roger Lancely Green amico di Tolkien e Lewis


From the World's End: A Fantasy
di Roger Lancelyn Green
Edmund Ward, Leicester
1° ed. 1948, pp. 127
Rilegato con sovraccoperta


L’autore

Roger (Gilbert) Lancelyn Green nacque a Norwich nel 1918 ed è stato un importante poeta, biografo britannico e scrittore di libri per bambini. Fu attore a Londra e Oxford (1942-45); librario antiquario a Oxford (1943); Deputy Librarian al Merton College di Oxford (1945-50); William Noble Research Fellow in English Language all’Università di Liverpool (1950-52) e membro del Consiglio della stessa Università (164-70). Autore di The Story of Lewis Carroll, divenne molto noto grazie a i suoi scritti per l’infanzia, in particolare per i suoi rifacimenti dei miti greci (Tales of the Greek Heroes e The Tale of Troy) ed egizi (Tales of Ancient Egypt), nonché della mitologia norrena (The Saga of Asgard, in seguito rinominato Myths of the Norsemen) e le storie di re Artù (King Arthur and His Knights of the Round Table) e Robin Hood (The Adventures of Robin Hood, tradotto e pubblicato in Italia nel 1998 da DeAgostini). Le sue opere di narrativa includono The Luck of Troy, ambientato durante la guerra di Troia, e The Land of the Lord High Tiger, un fantasy che è stato paragonato ai libri di Narnia di C. S. Lewis. Nel 1964 Mondadori pubblicò il suo Il castello incantato: Fiabe e racconti di tutto il mondo. Visse a Poulton Hall nel Cheshire nella casa padronale appartenuta alla sua famiglia da quasi un secolo, e lì morì nell’ottobre 1987 all’età di 68 anni. Suo figlio è stato lo scrittore Richard Lancelyn Green, uno dei massimi esperti di Conan Doyle, morto misteriosamente nel 2004.



Green e Tolkien
R. L. Green, studiò English Language and Literature al Merton College di Oxford quale allievo di C. S. Lewis ottenenedo la laurea con lode nel 1937. Nel dicembre 1942, Tolkien e David Nichol Smith furono nominati suoi esaminatori per la tesi di B.Litt., Andrew Lang as a Writer of Fairy Tales and Romances. Nel maggio successivo, Tolkien e Nichol Smith pur apprezzando il lavoro di Green, gli consigliarono di rivedere la tesi e ampliare i capitoli centrali sulle fiabe. Green fu riammesso a ripresentare la sua tesi per il B.Litt. tesi entro i termini di legge. Nell’ottobre dello stesso anno, Tolkien, rieletto chairman della Facoltà d’Inglese, sostituì Nichol Smith nel ruolo di relatore di Green trascorrendo con lui, durante il Michaelmas Term, un’ora a settimana discutendo della revisione della sua tesi. Green in seguito ricordò che Tolkien gli ammise che “È stata colpa mia se la tua tesi è stata rinviata – devi dare la colpa a me! Ma volevo sapere di più sulle fate!”. Per questo, Green aggiunse un nuovo capitolo “facendo tesoro della bozza originaria scritta completamente da Tolkien con commenti e suggerimenti” (R. L. Green, Recollections, Amon Hen 44, maggio 1980, p. 7). Secondo Scull e Hammond, fu in questo periodo che Green confessò a Tolkien di aver scritto la fiaba The Wonderful, che Tolkien insistette per leggerlo e in cambiò gli prestò il Cacciatore di Draghi, che in quel periodo si chiamava The Lord of Thame. Nel gennaio 1944 Tolkien certificò la conclusione del lavoro di Green per il B.Litt e lui, e Nichol Smith furono nuovamente nominati esaminatori della sua tesi che fu discussa nel marzo dello stesso anno al Merton College considerata, alla fine, ben bilanciata. Il rapporto tra Green e Lewis era ben saldo tanto che a fine marzo 1949 quest’ultimo presta al suo ex studente il suo Il leone, la strega e l'armadio. Green restò accanto a Lewis fino alla morte di quest'ultimo nel 1963 e facendo anche le vacanze con lui e sua moglie Joy Gresham poco prima che questi morisse per cancro nel 1960. Fu lo stesso Green a suggerire a Lewis che i suoi racconti su Narnia dovessero chiamarsi Le Cronache di Narnia. Dai primi anni Cinquanta Green fu anche presente agli incontri dei membri degli Inklings all’Eagle and Child in St Giles assieme a Colin Hardie, ai fratelli Lewis, R.B. McCallum, Gervase Mathew, John Wain, Tolkien e C.I. Wrenn. Da annotare l’incontro che si tenne il 9 novembre 1954 dove si discusse del Signore degli Anelli di Tolkien uscito proprio quell’anno.
A fine 1967, Green recensì Smith of Wootton Major, pubblicato nell'ottobre dello stesso anno, scrivendo: “Cercare il significato è come sventrare una palla per capire perchè rimbalza”. Il 12 dicembre Tolkien gli scrisse
Mio caro Roger,
i migliori auguri a te e a tutta la tua famiglia. Grazie per la tua gentilissima recensione (specialmente per il commento sulla ricerca della causa del rimbalzo!). Sono stato trattato molto meglio di quanto non mi aspettassi. Ma il breve racconto non era (naturalmente) indirizzato ai bambini! Era il libro di un anziano, già appesantito dal presagio della ‘perdita’. (Mi dispiace di non ricordare il tuo indirizzo. Ho telefonato al Merton.) Ma il Merton vi compare. Il nostro piccolo ammirevole capo (con un cappello molto alto) è, almeno figurativamente, l’originale di Alf. Ogni bene e tanti auguri per Natale Ronald Tolkien (Lettere 299, p. 436-37)
L’8 gennaio 1971, Tolkien ritornò a scrivere a Green:
L'Oxford English Dictionary sta preparando il suo Secondo Supplemento dove vorrebbe inserire ‘hobbit’ insieme a tutti i suoi derivati: hobbitry, -ish, ecc. Ho dovuto, quindi, giustificare la mia rivendicazione di avere inventato questa parola. La mia pretesa si basa in realta sulla mia ‘parola nuda e cruda’, sull'affermazione non provata che ricordo l'occasione in cui l'ho inventata; e che allora non conoscevo alcun Hobberdy, Hobbaty, Hobberdy Dick ecc. (in quanto 'spiritelli della casa);* e che i miei hobbit sono comunque del tutto diversi, un ramo secondario della razza umana. Inoltre che l'unica parola inglese che abbia potuto influenzarmi fu ‘buco’; questo giustificava la descrizione degli hobbit, mentre l'uso di ‘coniglio’ da parte dei troll non era ovviamente che un insulto non più significativo, etimologicamente, dell'insulto di Thorin a Bilbo ‘discendente di topi!’. Il 16 gennaio del 1938 apparve sull'Observer una recensione firmata ‘Habit’ (anticipando così casualmente l'intuizione di Coghill della somiglianza delle parole nel suo divertente aggettivo ‘a forma di hobbit’ riferito ai miei libri). ‘Habit’ affermava che un amico pretendeva di avere letto circa venti anni prima (quindi nel 1918) una vecchia fiaba (in una raccolta di fiabe) intitolata Lo Hobbit e che questa creatura era piuttosto spaventosa. Io chiesi maggiori informazioni, ma non ne ho mai ricevute; e recenti approfondite ricerche non mi hanno permesso di scoprire la raccolta. Penso che sia probabile che il ricordo di quell'amico fosse inesatto (dopo vent'anni) e che la creatura probabilmente avesse un nome del genere Hobberdy, Hobbaty. Tuttavia, non si può escludere la possibilità che ricordi infantili dimenticati risalgano improvvisamente alla superficie della memoria molto tempo dopo (nel mio caso dopo 35-40 anni), benché possano essere applicati diversamente. Io ho detto ai ricercatori che (prima del 1900) era abitudine che mi leggessero ad alta voce una vecchia raccolta sbrindellata e senza più copertina né titolo - di cui tutto quello che ora riesco a ricordare e che era (penso) di Bulwer Lytton, e comprendeva una storia che allora mi piaceva molto intitolata Puss Cat Mew. Non sono riusciti a trovarlo. Mi chiedo se tu, il più colto degli studiosi viventi in questo paese, possa dirmi qualcosa. Specialmente per mia soddisfazione circa Puss Cat Mew non penso che tu abbia trovato un nome hobbit altrimenti me l'avresti detto! Oh che ragnatela di complicazione tessono intorno a chi cerca di inventare una nuova parola! (Lettere 319, p. 456-57)
*Ora li conosco bene! Probabilmente meglio di molti altri; e mi trovo in un bel pasticcio - la chiave per risolverlo, tuttavia, è la credenza negli incubi e nei bambini delle fate. Ahimè! una delle conclusioni è che l'affermazione che i folletti sono ‘una specie numerosa’ è il contrario della verità. (L'affermazione è contenuta nelle note alle rune ideate per l'edizione in paperback che ora sono incluse in tutte le edizioni della Allen and Unwin.)
Il 13 novembre 1968, Green tenne la conferenza The Mystery of Andrew Lang alla ventiduesima Andrew Lang Lecture all’Università St Andrews. E qui si ricorda come anche lo stesso Tolkien, l’8 marzo 1939, tenne una lettura, in quanto apprezzava i racconti di Lang, dal titolo On Fairy-Stories (Sulle fiabe) che sarebbe stata poi pubblicata nel 1947 nel volume curato da C. S. Lewis, Essays Presented to Charles Williams.
Ancora il 17 luglio 1971, Tolkien scrisse a Green:
Gli ‘immortali’ a cui era stato permesso lasciare la Terra-di-Mezzo e cercare Aman - le terre eterne di Valinor e di Eressea, un’isola assegnata agli Eldar - salpavano su navi costruite e consacrate appositamente per questo viaggio, e facevano rotta verso Occidente verso il posto dove anticamente si trovavano queste terre. Si mettevano in mare solamente dopo il tramonto; ma se qualche osservatore dalla vista particolarmente acuta avesse guardato dalla riva una di queste navi, avrebbe visto che non spariva all'orizzonte, ma svaniva lentamente nel crepuscolo: seguiva la strada maestra per il vero Occidente e non la curva della superficie terrestre. Svanendo lasciava il mondo fisico. Non c’era ritorno. Gli elfi che prendevano questa direzione e quei pochi ‘mortali’ che per una grazia speciale andavano con loro, avevano abbandonato la ‘storia del mondo’ e in esso non avrebbero piŭ ricoperto alcun ruolo.Gli angeli immortali (che si incarnavano solo per un atto della propria volonta), i Valar o governatori in nome di Dio, e altri della stessa specie ma meno potenti e meno maestosi (come Olorin = Gandalf) non avevano bisogno di mezzi di trasporto, a meno che non fossero rimasti incarnati per un certo periodo di tempo, e potevano, se gli veniva dato il permesso o l’ordine, ritornare.Quanto a Frodo e ad altri mortali, potevano abitare in Aman solo per un periodo di tempo limitato lungo o breve. I Valar non avevano né il potere né il diritto di conferire loro l’immortalità’. Quel soggiorno per loro era come un purgatorio, lì riacquistavano la pace e guarivano e in seguito passavano oltre (cioé morivano, per un atto di libera volontà, nel momento in cui lo desideravano) verso destinazioni sconosciute agli elfi.Questa idea generale fa da sfondo agli avvenimenti del Signore degli Anelli e del Silmarillion, ma non viene presentata come ‘vera’ da un punto di vista geologico o astronomico; si suppone però che una catastrofe naturale preceda le leggende e segni la prima fase della successione degli uomini nel dominio del mondo. Ma le leggende sono per lo più di origine ‘umana’ mescolate a quelle dei Sindar (gli Elfi Grigi) e di altri che non hanno mai lasciato la Terra-di-Mezzo. (Lettere 325, p. 461-62)

L’ultima volta che Green e Tolkien s’incontrarono fu a fine marzo del 1972 al Merton College dopo cena, seduti su un divano nella Senior Common Room fin quasi alle due del mattino quando Tolkien disse “Vorrei poter continuare a parlare fino al mattino - ma devo andare a letto presto, la vecchiaia, si sa!” (R. L. Green, Remembers, Amon Hen 44, maggio 1980, p. 8).


Il libro
From the World's End è il più mistico dei suoi lavori. Racconta di due ragazzi che esplorano una casa vuota talmente intrisa di passato da evocare visioni del mondo antico.

Risvolto di copertina
When Julian and Rosanthe, motoring through North Wales one summer's evening, turned aside from the main road near Llangollen to visit the old manor-house of Eclwyseg which stands near the head of a strange valley known locally as “World's "End", they had no idea that the coming night was to be ĥlled with odd and incomprehensible adventures. Yet it held the turning-point of both their lives: for that night the powers which ruled their lives took form round about them as – waking or asleep – they wandered, together or separated, through the mysterious corridors and cellars of the House of Fear, through the woods and mazes on the hillside above it, and came at last to the World's End.
This book is an allegory of youth and love; its stage is the human heart – the hearts of two very ordinary young people striving in the bewildering world of today to find the true adjustment of their lives. It is a human love-story and a tale of suspense and thrilling adventures: but behind it all runs a meaning that will find some echo in the hearts of all who read it, even if there is no conscious interpretation of the allegory. And indeed the art of allegory now requires a deeper subtlety than the direct didacticism of Bunyan: its possibilities were explored by George MacDonald in the last century, and in the present by Mr C. S. Lewis; but still only relatively little has been revealed of this undiscovered country where the highest romance and the starkest realism meet and are one.