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martedì 3 gennaio 2017

Commento alla recensione di Wu Ming 4 al mio "Tolkien e l'Italia"

Il 30 dicembre 2016, sulla pagina dell'Associazione Italiana Studi Tolkieniani, è stato pubblicato un testo simpaticamente definito "recensione" a firma di Federico Guglielmi, noto con lo pseudonimo di Wu Ming 4 (trovate il link alla fine della mia risposta). Un lungo testo dove si citano 9 pagine del libro e di queste 5 delle mie 440, e 4 delle 6 firmate da de Turris nell'introduzione. Da molti è stata considerata una resa dei conti più che una riflessione sul mio libro, ma ho pensato fosse giusto citare lo scritto di uno dei miei assidui lettori (Wu Ming 4 ha recensito anche il mio libro su "Tolkein l'esperantista"). Ho risposto al mio lettore Wu Ming 4, e la trovate tra i commenti al suo testo. Non ho ottenuto lo stesso spazio dall'associazione di cui WM4 è socio fondatore e per questo ho deciso di pubblicarlo anche su questo blog.

Buona lettura!

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Ricevere in poco più di due mesi le attenzioni di Wu Ming 4 su due miei libri mi lusinga alquanto e, allo stesso tempo, mi provoca un sincero disagio per il non aver ancora rimediato nel dare la giusta attenzione a ciò che egli ha donato alla letteratura tolkieniana. Ma sul mio terzo libro che recensirà, (lo farà giacché ormai lo annovero tra i miei assidui lettori), non mi farò trovare in fallo.

Dopo la prima recensione (?) al testo che presenta scritti di studiosi come John Garth, Arden Smith e Patrick Wynne, che si apriva con l’ammissione dello stesso Wu Ming 4 di scrivere “all’ombra di un pregiudizio culturale” nei miei confronti, cosa mi sarei dovuto aspettare?

Premetto che so quanto il pensiero di WM4 non corrisponda a quello di molti soci dell’AIST, di cui apprezzo cultura e onestà intellettuale, ma nel senso di pluralità, ringrazio l’AIST per aver pubblicato il pensiero di un suo socio, che da presentazione della stessa, è:

“autore di diverse pubblicazioni dedicate a J.R.R. Tolkien, l’ultimo dei quali “Difendere la Terra di Mezzo” in cui è riuscito brillantemente, come scrive lui stesso, a «divulgare alcune tesi e punti di vista sull’opera di Tolkien che sono soprattutto patrimonio della comunità degli studiosi e di renderli accessibili a una platea più vasta», oltre a presentare acute analisi su temi e personaggi delle opere di Tolkien.”

Sorvolando sul dal darsi del brillante da solo [Cicero pro domo sua] sottolineo quel “Divulgare alcune tesi e punti di vista sull’opera di Tolkien”. “Alcune”. Perché è bene tenere a mente, nella lettura del socio AIST, che alla base vi è una scelta compiuta dallo stesso su ciò che merita di essere divulgato e ciò che va consegnato all’oblio. Chiaramente ciò che decide lui è Verbo e merita di essere proclamato Urbi et Orbi e così è se vi piace.

L'AIST propone lo scritto di WM4 “lietamente” perché, avverte, lui i “libri li legge e li analizza in profondità”. E mai come in questo caso si è davvero toccata la profondità!

L'inizio di WM4 è scoppiettante giacché:
Primo: “Tolkien non ha mai nemmeno immaginato di poter condividere a metà la copertina di un libro con uno sconosciuto”. Però diventare, assieme alla sua famiglia, addirittura protagonista di un romanzo, è possibile soprattutto se a scriverlo è stata la mano del "noto" biografo e difensore tolkieniano WM4 nel 2008. Si badi, non una biografia, ma un romanzo nel quale Tolkien, sua moglie e altri si muovono, parlano e pensano (Tolkien è citato 137 volte e sua moglie Edith, altre 50, come indica la ricerca sul pdf). Un lavoro molto probabilmente autorizzato dalla famiglia Tolkien, con la quale WM4 ha sicuramente mantenuto una lunga corrispondenza per conoscere abitudini e pensieri del professore di Oxford. Sai quale onore per la famiglia Tolkien vedere i propri cari protagonisti di un siffatto romanzo! Aggiungo che nel suo romanzo, giusto per intenderci quale conoscenza abbia il Wu Ming 4 della vita del professore di Oxford, alla fine del capitolo 8 si legge:

[Tolkien] Si fece il segno della croce e pregò per le anime dei vecchi amici, fino a che non sentì il tocco caldo di una mano sulla spalla
- E' tardi. Vieni a dormire.
Le cinse la vita con un movimento goffo. Lei [Edith, sua moglie] lo baciò sulla guancia e gli fece scivolare un sussurro nell'orecchio
- Ti spetta il riposo, mio dolce Beren.
Ronald sorrise, si alzò e le accarezzò il volto minuto.
- Soltanto tra le tue braccia, luminosa Lùthien. - disse, mentre la tirava a sé e guardava oltre la chioma soffice.

Bene, in una lettera a suo figlio Christopher dell'11 luglio 1972, Tolkien scrisse testualmente "Non ho mai chiamato Edith Luthien". Si dirà che è un romanzo e che lo stesso Wu Ming 4, alla fine del volume, avverte il lettore che "Tuttavia mi sono preso la libertà di colmare alcuni buchi nelle loro biografie". Però più che colmare i buchi credo abbia proceduto a cancellare ciò che di certo si sapeva delle loro vite. Ma lui è WM4 e il suo compito è difendere la Terra di Mezzo! Ma lì, il discorso cambia e “tutto va bene, madama la marchesa”! (Si metta a verbale che non utilizzo come titolo nobiliare il baronale, per non essere accusato di apologia evoliana.)

Secondo: “Tolkien non ha mai scritto un testo intitolato Il mio viaggio in Italia”. Infatti, il titolo riporta una frase scritta di Tolkien e che ho riportato a pagina 66 del libro – all’attento e profondo lettore questa è sfuggita! – annotata durante la visita sull’isola di Torcello nell’agosto 1955. È possibile riportare una sua frase o è peccato? Che abbia poi chiamato il suo diario “Giornale d’Italia” il lettore lo legge nel libro. Senza trucco e senza inganno.

Terzo. “È falso che si tratti di un inedito”. Mi spieghi l’estensore se quel testo è stato “edito, cioè non ancora pubblicato, non divulgato per mezzo della stampa” (santo vuol essere il dizionario Treccani on line) in ITALIA. Ripeto, per i residenti oltre oceano, ITALIA. Ha per caso letto di una mia vanteria su una scoperta eccezionale e inedita nell’intera galassia? Non credo se, come poi ammette lo stesso “attento e profondo” lettore, lo spiego a pagina 63. Resta, che in ITALIA fino alla pubblicazione nel mio libro, il testo era inedito.

Dopo aver vivisezionato la copertina, come ogni attento e profondo lettore fa, finalmente WM4 apre il libro e che ci trova? La Prefazione di due autori che egli stesso definisce “i più pedissequi compilatori e cronologi dell’opera e della vita di Tolkien”: Scull e Hammond. 
E come la definisce? Di “ben quindici righe” che forse, per chi scrive fiumi di tutto per non dire nulla, non meritavano di essere inserite. Perché è possibile dire tanto anche in solo venti righe (non 15, come erroneamente contato dall’attento e profondo lettore). Ma WM4, che fa? Di quelle “15 righe” cita solo l’ultimo passaggio, il ringraziamento «per avere dato un contributo così utile alla letteratura della bibliografia e biografia di Tolkien, da una particolare prospettiva italiana» (p. 5). Ritenendo di poco conto ciò che i due, non sconosciuti, riferendosi alla loro monumentale opera di ricerca e al prosieguo da parte di altri studiosi – non “difensori” – scrivono che la loro “speranza e questa consapevolezza sono state entrambe soddisfatte, non da ultimo, da Oronzo Cilli in Tolkien e l’Italia”. E che anche dopo il loro immane lavoro, il sottoscritto, “tuttavia, è andato diligentemente alla ricerca della storia delle opere di Tolkien pubblicate in Italia, e con un’ampiezza e una profondità ammirevole ha scavato in aree di archiviazione mai esplorate prima”. Cose di poco conto per chi frequenta i piani alti. Per un appassionato collezionista “compulsivo” e per giunta sconosciuto, vuol dire tanto se a scriverlo sono “i più pedissequi compilatori e cronologi dell’opera e della vita di Tolkien”. E qui mi lascio prendere la mano pensando a quanto bella è la nostra lingua se alla stessa parola, riferita a qualcosa o a qualcuno, assume un significato diverso come nel caso di “profondità” che in base alla situazione può riferirsi a “chi tocca il fondo” o a chi compie un’azione con “serietà”.
Ora, se Scull e Hammond non avessero citato due paroline che hanno illuminato lo sguardo dell’attento e profondo lettore, con molta probabilità la prefazione sarebbe stata ignorata: particolare prospettiva. E, infatti, sono quelle due semplici parole che segnano la differenza tra chi state leggendo ora e WM4. Tra chi sceglie brillantemente (se l’è detto da solo il WM4) di «divulgare alcune tesi e punti di vista sull’opera di Tolkien» e chi sceglie di ricostruire una storia con tutto ciò che può servire a un lettore per farsi una propria idea. Di chi prende pezzi di discorso per tracciare una propria tesi e chi cerca di presentare le cose in modo obiettivo e non di parte. Di chi scrive per se stesso e per il proprio “brillamento”, e chi per i lettori e, nel caso del mio libro, per chi vuol approfondire con nuove e magari più approfondite ricerche. È in quest’ultimo passaggio che sta il senso della prefazione di Scull e Hammond. Ma WM4 sceglie di citare l’ultimo passaggio perché contiene la frase «da una particolare prospettiva italiana», dimenticando che chi l’ha scritta non ha, per fortuna, la visione ideologica di taluni italiani (una è inglese e l’altro è americano) e che alla parola “prospettiva” gli assegna un significato diverso. Ma per WM4, che ben conosce la differenza, questo poco importa, perché alla fine è funzionale alla tesi che esporrà in seguito per criticare, non il testo in sé, ma la sua introduzione. Non a caso in un articolo dove si tira in ballo tutto e di più, l’attento e profondo lettore cita 9 pagine del libro e di queste 5 delle 400 scritte dal sottoscritto, e ben 4 delle 6 scritte da Gianfranco de Turris. Perché è questo il cuore del suo scritto e che, con una certa onestà intellettuale, avrebbe meritato un titolo diverso a quanto scritto. Anziché “Tolkien e l’Italia: la recensione di Wu Ming 4” (che serve più ai motori di ricerca), un “Wu Ming 4 sull’introduzione di Gianfranco de Turris a ‘Tolkien e l’Italia’”.Un’introduzione che stanca e ruba tempo all’attento e profondo lettore al punto da arrivare a fargli scrivere “E’ con questi buoni auspici che comincia finalmente il libro”. Finalmente… chi non ha ancora letto il libro, avrà pensato a un’introduzione di quelle che occupano fiumi di pagine. 

Digressione 1: Mi viene alla mente il libro Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm di Tolkien pubblicato da Bompiani composto di 108 pagine e di queste 26 con un saggio di Tom Shippey (noto perché pubblicato nel 1991), 62 con i due testi di Tolkien (di cui 26 del testo già pubblicato in “Albero e foglia” nel 1976, e 14 della traduzione di de Turco pubblicata per la prima volta l’anno precedente), 13 pagine bianche (magari per scrivere una nuova versione della Battaglia di Maldon!) e 14 pagine d’introduzione del curatore: WM4. Praticamente un libro che ha di nuovo solo l'introduzione di WM4 di cui si poteva fare di certo a meno.

E invece l’introduzione di de Turris consta di ben… udite udite.. 5 pagine spalmate su 6, in un libro formato 17×24 e di 444 pagine! Sei pagine sulle quali si forma tutto il pensiero dell‘attento e profondo lettore. E sì, perché de Turris mi elogia e questo perché per WM4 io sarei il “suo pupillo” (e detta a de Turris che ha problemi di vista, appare una brillante ironia… ma non è questo il caso), e non che abbia riconosciuto il lavoro di ricerca e costruzione di una storia da sempre lasciata al pressappochismo di chi non voleva far ricerca sulle fonti primarie limitandosi a questa o quella notizia di terza mano utile però alla propria visione e tesi. Ma per WM4 “Galeotta fu l’introduzione e chi la scrisse: quel giorno più non vi leggemmo avante”, citando non a caso Dante, poiché il suo giudizio sul mio libro nasce e si ferma lì..

Finalmente WM4 arriva al mio lavoro. Lo annoia la prima parte in cui scrivo, ad esempio, del Linguaphone, il corso di lingua inglese che conteneva due registrazioni di Tolkien e venduto in Italia durante il periodo fascista, durante il quale si difendeva l’italianità – al limite anche del ridicolo – di qualunque cosa, lingua compresa. Oppure di un riferimento a un disegno di Tolkien del 1914 intitolato “tarantella” (nome tipico angloterrone parlato nelle zone meridionali della Pugliashire!), riportando una similitudine anche con Shelob nel Signore degli Anelli, ripresa da un lavoro di Annarita Zazzaroni dell'Università Complutense di Madrid, una delle più antiche e prestigiose università spagnole. E tante altre informazioni come i riferimenti di Tolkien nei testi accademici italiani degli anni Trenta e Quaranta alla luce anche di chi sosteneva fino a pochi mesi fa che il professore di Oxford era ignorato ed escluso dal mondo accademico italiano. Ma no, quella è fuffa inutile per chi cerca la ciccia!
E la ricostruzione della partecipazione di Tolkien, per dieci anni (non 2 settimane) alle riunioni della Dante Society di Oxford? Per WM4 sono poca cosa raccontare delle riunioni di un cenacolo oxoniense che esaltava il più grande italiano, composto di poco più di dieci persone e tra questi, oltre Tolkien, due italiani e un tizio di nome C. S. Lewis. E persino il testo, inedito in Italia, che introduce il discorso tenuto da Tolkien in una di queste riunioni sul tema della "Lusinga" in Dante? Robetta, direbbe chi ha frequentato le scuole alte. Ma stiamo scherzando? Meglio la cronaca degli incontri di un gruppo di pseudo rivoluzionari in un bel box nella periferia più periferica.

E poi la chicca… Per Wu Ming 4, avrei dovuto riportare il diario che Tolkien tenne durante il suo viaggio in Italia eliminando tutte le informazioni che a suo dire possono interessare “soltanto il feticista della ricostruzione biografica, interessato a cosa mangiò Tolkien nel tal ristorante, o al percorso che compì per raggiungere Piazza San Marco dal suo albergo”. E qui è davvero dura da capire perché in un saggio che ricostruisce la storia tra Tolkien e l'Italia, secondo il difensore WM4, io avrei dovuto tagliare dei dettagli che lui stesso ritenne opportuno annotare. Si poteva fare solo la mano fosse stata quella dell'attento e profondo scrittore di WM4 già allenato al taglia e cuci nel suo "Stella del mattino". Altra frivolezza per WM4 è l’aver ricostruito con documenti – mai accaduto prima in Italia – il diniego della Mondadori a pubblicare Tolkien in Italia e per ben due volte. Nel 1955 e nel 1962. Quella parte, WM4 la liquida in poche battute, giusto per far capire che “io il libro l’ho letto veramente”.

Digressione 2: sulla scelta di cosa mettere o togliere nei miei prossimi lavori, ho in mente di creare un app. dove inserirò tutte le parti del futuro libro e il lettore, guidato dal tutor chiamato WM4, sceglierà come assemblarsi il volume, che gli arriverà a casa stampato assieme a una bottiglia di vino rigorosamente sud americano.

Andiamo avanti con la seconda parte del libro che per WM4 è “davvero interessante”, ma non lo è nella ricostruzione, anche questa assolutamente inedita, della pubblicazione con Astrolabio nel 1967 (altri 30 documenti inediti che si aggiungono ai 20 della Mondadori), ma per l’arrivo in Rusconi. E qui si conferma l’intento di WM4: liquidare le prime cento pagine in fretta e furia senza mai citare una pagina, dico una, o soffermarsi su quanto scrisse, ad esempio, Elio Vittorini di Tolkien (una vera chicca!), per arrivare subito al presunto cuore (che non lo è) del libro.
Il cuore, nel discorso di WM4, è quello che va dal 1970 al 1981. Stop. La storia di Tolkien, per lui, in Italia inizia e termina lì. Tenendo ingabbiati chi visse quel periodo e chi si dispera per non averlo vissuto.
E su quel decennio, WM4 si sbizzarrisce e dedica fiumi di parole come se ne fosse stato un protagonista attivo. Eppure, la “maniacale e minuziosa” ricerca del collezionista sconosciuto e compulsivo (definizione data al sottoscritto), di lui non ha mai trovato traccia degna anche di una minima menzione, se non a partire dai film di Peter Jackson quando si è autoeletto “difensore della Terra di Mezzo”. Cosa che Tolkien avrebbe approvato e sostenuto di certo... nel mondo di WM4 però. 

Per chi vi sta scrivendo, quello fu un decennio che appartiene alla storia, e la mia ricostruzione fatta di documenti (come lo stesso WM4 ammette), testimonianze, opinioni e tesi espresse allo stesso modo dai protagonisti che in quegli anni scelsero di vivere la propria freschezza (autocensuro la parola “giovinezza” per ovvi motivi) negli ambienti che l’ottocentesca definizione bollò con destra e sinistra, punta a quello. Consegnare ciò che si è detto e fatto alla storia, strappandolo di mano a chi vorrebbe ancora utilizzarle per qualcosa di diverso. Come spiego nel mio libro, quella stagione in realtà si è chiusa dopo l’uscita della Compagnia dell’Anello nel 2002 ed è giunto il momento che, carte alla mano, il lettore di oggi sappia cosa scrissero di Tolkien intellettuali, politici e sindacalisti in quegli anni.

Nel testo di WM4 sono accusato prima di dar man forte alle tesi di de Turris, poi che mi lascio a conclusioni banali quando cerco di mostrare che “ognuno applicava l’opera di Tolkien alla propria contingenza storica e lo leggeva dalla propria angolazione, ma condividendo la stessa insofferenza verso le cariatidi e i sepolcri imbiancati che dominavano la società italiana”. E quindi, sempre secondo WM4, “la ricostruzione è funzionale a una visione conciliante e pacificatoria, dalla quale tutti escono assolti e tutti vengono mantenuti in gioco. Pace libera tutti.” Prima sarei il pupillo di de Turris perché “lo avrei confortato in quello che lui ha sempre sostenuto”, poi conciliante e pacificatore. Il tutto perché non spiego dove stavano i cattivi e dove i buoni, ma mi limito a dire che forse nessuno poteva, e può, scegliere da che parte stare. Perché o si sta dalla parte di Tolkien, e sappiamo cosa pensasse di questi comportamenti (TUTTI, nessuno escluso) o si sta in un altrove che con lui non ha nessun legame.

Inoltre, per WM4 scrivo “Pagine e pagine sul contesto e nemmeno una riga sul testo”. Anche se nel testo entro nel merito della traduzione italiana del Signore degli Anelli e dello Hobbit, storicizzandola e sfatando storie di quarta mano, il mio libro non ha quell’intento, ma ricostruisce il legame tra Tolkien e il nostro paese e la sua storia editoriale. Cosa che sembrava aver intuito lo stesso WM4 anche se poi scrive “Non si sconfina mai, nemmeno di un millimetro, nel territorio della critica letteraria o della poetica, si rimane in equilibrio sul margine esterno, collezionando pareri altrui, messi tutti sullo stesso piano in una sorta di grande melassa, o piuttosto cortina eretta per celare l’evidenza”. Niente, è più forte di lui. È come se si andasse al cinema a vedere un documentario sull'accoppiamento delle orche e all'uscita la domanda posta dal tuo accompagnatore ripeta all'ossessione del perché non c'erano gli zombie. Non entro nella poetica e nella critica letteraria, lo ripeto, perché la mia è una ricostruzione storica che ha, come punto di forza, proprio la ricchezza di documentazione di cui tantissimi, WM4 compreso, ne ignoravano l’esistenza. Poi, a quale evidenza si riferisca WM4 l’ho già spiegata ed è del tutto nata e partorita nella sua testa.

Lascio stare la ricostruzione sugli scritti passati di de Turris che mi confermano solo l’idea di un titolo sbagliato dato allo scritto di WM4 e di una diatriba unilaterale (a de Turris, WM4 interessa tanto quanto a un'eschimese interessi un congelatore) che va oltre il mio libro e tocca davvero il fondo.

Concludo (ed era ora, dirà qualcuno di Bologna).
WM4 è come chi un tempo, sulle piazze pubbliche, vendeva rimedi che decantava come miracolosi o come quelli che, alle feste patronali, riempiono di parole l’ignara signora affinché sappia che loro, e solo loro, dispongono, del miglior prodotto sul mercato. La sua è una finta recensione nella quale ha volutamente ignorato tutto ciò che lo stesso WM4 fino alla lettura ignorava (e non lo ammetterà mai), dalla ricerca documentale (che ha riconosciuto in un passaggio ma solo per ricondurla alla maniacalità e irriderla) che nessuno, né tanto meno lui, ha mai compiuto. Facendo fugaci accenni, e solo per rendere più bianco il fumo delle parole, a 340 pagine delle circa 440, riducendole a cose di poco conto, e portando a far credere a chi non ha letto il libro che le 100 pagine restanti siano in realtà un complotto letterario per continuare ad alimentare la lettura politica di Tolkien. Completamente falso. In quelle pagine il lettore trova le testimonianze dirette dei protagonisti con puntuali riferimenti. L’apparato documentale è curato in ogni dettaglio a supporto di ciò che ho scritto e di chi intende proseguire le ricerche o verificare così come apprezzato anche da Roberto Arduini, presidente dell'AIST. Cosa che non ho trovato sfogliando i volumi che avevano la presunzione di spiegare che il “loro” Tolkien fosse quello vero. Perché lì l’autore aveva la presunzione di chi pensa che al lettore basti la sua “parola”, la sua attendibilità, la sua notorietà. Anche quando la citazione riportata è presa a metà, perché l’altra discorda con la propria visione, o la tesi era stata esposta prima da qualcun altro e sta male dirlo al lettore. Questo è giustificato per chi “divulga alcune tesi e punti di vista sull’opera di Tolkien” e non per chi fa ricerca seria, approfondita e documentata. Io non ho voluto prendere in giro il lettore con il sentito dire o i si narra. Riporto documenti che non possono essere smentiti. Ed è forse per questo che si è scelto di non entrare nel merito di nulla se non nella parte funzionale alla propria tiritera. E quindi, si scrive del mio interesse per la politica, comune a tantissimi italiani, WM4 compreso, iniziato nel 2004 (io sono del 1977) e concluso nel 2013. Citando due partiti che hanno governato, nel bene e nel male, questo paese e inserendo, affinché le vacue parole potessero rafforzare l’inesistente tesi, movimenti e persone che non ho mai frequentato e conosciuto. E così WM4 doveva trovare il modo di toccare la profondità tirando in ballo, così come fa in molti suoi articoli in rete su Tolkien, Julius Evola, al pari di quelle trasmissioni pseudo-scientifiche che tirano dentro ogni puntata gli Ufo e i Templari. L’altro che WM4 cita sempre è de Turris, ma c’è abbondantemente, e stranamente manca il terzo, Furio Jesi.

In ultimo, chiedo scusa a chi, leggendomi, ha potuto dar fastidio una certa mia ironia. Ma è l’unico modo serio con cui ho creduto di rispondere a chi mi appella come: bugiardo; sconosciuto; collezionista compulsivo (detto poi da chi definisce il suo lavoro “brillante”!); pupillo; ex-attaché; che pratica nessun lavoro di sintesi o di selezione e si lascia prendere la mano, raccontando cose che spesso oscillano tra l’irrilevante e il ridicolo; feticista della ricostruzione biografica; [che compie un] lavoro certosino che viene al tempo stesso ostentato e usato per fornire l’autoassoluzione a una compagine politico-culturale.

Confesso, mi ha fatto anche una leggera pena e mi ha ricordato il mio amico Antonio, detto Ninuccio, e di quando non lo coinvolgevamo nelle nostre partite di calcio per strada. Non era per razzismo, ma perché nessuno lo voleva in squadra per via della sua abitudine a fare autogol e il non voler sentire gli altri, oltre alla naturale chiara incapacità con la palla. E così, a fine partita ne aveva una per tutti “quello ha le gambe storte”, “l’altro ha la testa a uovo”, “Tizio ha paura di me”, “Caio sa che io sono il più forte”, “Sempronio chi si crede di essere? Virdis? e così via mentre, tornando a casa, si convinceva di essere davvero il più forte e che nessuno poteva batterlo. Ninuccio, all’epoca, aveva 14 anni e oggi, che ne ha 40, ride con noi di quanto fosse infantile quel suo atteggiamento.

P.S. Ho comprato on line i testi di WM4 perché devo ricambiare la cortesia e prometto di leggerli con molta attenzione. Non l’ho fatto prima solo per una questione di tempo. Avevo sfogliato “Difendere la Terra di Mezzo” in una libreria Feltrinelli con l’intento di acquistarlo anche in funzione del mio libro. Purtroppo, all’interno la parte documentale non l’ho ritenuta interessante giacché presente in tanti altri testi in precedenza pubblicati. Ora è il tempo di farlo. Così come farò con il suo “Stella del Mattino” senza farmi confondere da chi lo ha letto prima di me e lo ha definito “malloppo di fesserie dentro una copertina".
QUI la recensione di Wu Ming 4 sul sito dell'AIST