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mercoledì 22 marzo 2017

Stella del mattino di Wu Ming 4... e Tolkien?

STELLA DEL MATTINO
Note sull’omonimo libro di Wu Ming 4 (Federico Guglielmi)
pubblicato dalla casa editrice Einaudi

di Oronzo Cilli

Sono sempre incuriosito dai testi che citano Tolkien o che alle sue opere fanno riferimento. Ammetto però,che Stella del Mattino (Einaudi, 2008, pp. 391; rist. 2017) di Wu Ming 4, al secolo Federico Guglielmiho potuto leggero solo in questi giorni anche se in quarta di copertina annuncia tra i protagonisti l’autore cui dedico tempo e studio sin dal 1996. L’idea di scrivere un commento è nata sin dalle prime pagine, per poi diventare certezza subito dopo la conclusione della lettura. 

Alla fine del libro ho avvertito la sensazione di chi, finita la proiezione cinematografica de L’ultimo dei templari di Nicholas Cage, si chiede dove fossero o cosa c’entrassero i templari, tanto sbandierati nel titolo, con il film. Ecco, la domanda che mi è venuta in mente è stata: ma in questo romanzo dov’è e cosa c’entra J. R. R. Tolkien? Meglio, dov’è il Tolkien che ho conosciuto leggendo le sue Lettere curate da Humphrey Carpenter, autore anche della datata ma sempre utile biografia? Oppure il Tolkien “seguito” giorno dopo giorno nell’opera monumentale curata da Christina Scull e Wayne Hammond, Chronology e Reader’s Guide? E ancora, in quella dell'amico e collega Arne Zettersten del 2011, J. R. R. Tolkien’s Double Worlds and Creative Process?

In Stella del mattino, ho conosciuto un personaggio costruito da Wu Ming 4 cui si è voluto dare lo stesso nome del professore di Oxford.

Il dubbio citato poc’anzi, nel momento in cui ho deciso di scriverne, mi ha portato ad una rilettura del romanzo e ad una sottolineatura di tutte quelle parti cui ritenevo di dover citare. Prima di proseguire, è bene avvisarti, che ciò che stai per leggere vede un primo sguardo al volume nel suo complesso e poi, in maniera molto più approfondita, su quei capitoli in cui il protagonista è Tolkien (di Wu Ming 4) (userò sempre questa formula per indicare il personaggio del libro).

Avvertenza: il testo di Wu Ming 4 è un romanzo di fantasia ma, come cercherò di spiegare in questo mio scritto, far diventare un personaggio pubblico, protagonista di un libro che narra di un periodo storico ben definito con riferimenti a fatti e persone realmente esistite, e non di mondi o ambientazioni completamente di fantasia, richiede molta attenzione e soprattutto una conoscenza approfondita della sua vita reale. Riuscire nell'intento è davvero difficile e posso garantirvi che non è questo il caso. La mia è una personale convinzione che ritengo ancor più valida dopo aver letto questo romanzo e se giungerai alle conclusioni, capirai il mio punto di vista.

J. R. R. Tolkien protagonista di un romanzo?
Inizio col porre una domanda che di certo non è secondaria e dalla quale, nel caso di Tolkien e visti i precedenti, non si può prescindere. A tal proposito riprendo un passo di un articolo pubblicato il 14 gennaio 2011 sul sito dell’Associazione Italiana Studi Tolkieniani (AIST), di cui Wu Ming 4 è socio fondatore:

Ora, senza voler dare giudizi affrettati, sembra proprio che anche questo romanzo segua una moda consolidata nei paesi anglosassoni: sfruttare il nome di Tolkien per farsi pubblicità. Se servissero altri esempi, si possono leggere tutta la saga sui draghi di James A. Owen, romanzi fantasy in cui Tolkien, Williams e Lewis sono protagonisti, oppure Looking for the King: An Inklings Novel di David C. Downing. E anche in Italia è il caso di La casa di Tolkien, un romanzo edito da Nutrimenti che poco aveva a che fare con lo scrittore inglese. (AIST 2011)

Il romanzo di cui si fa cenno non è quello di Wu Ming 4, anche se avrei potuto iniziare e finire con questo passo il mio scritto, ma il lavoro di Steve Hillard, Mirkwood, nel quale Tolkien è, come in Stella del mattino, uno dei protagonisti. A prescindere dalle sue doti letterarie o dalla trama del libro, poteva Hillard far “rivivere” il professor Tolkien nel suo romanzo? A ben guardare la reazione avuta dalla Tolkien Estate, direi proprio di no, se questi gli scrissero una lettera nella quale gli s’intimava di sospendere la pubblicazione poiché non disponeva dei “diritti di utilizzare a fini commerciali il nome e la figura di J. R. R. Tolkien”. I legali della famiglia Tolkien ricordarono all’autore americano che gli eredi “non gli avevano mai concesso né il permesso di utilizzare il nome e la personalità di Tolkien per il suo romanzo né altro”. Aggiungendo che il suo romanzo “banalizza il nome, la personalità e la reputazione del compianto professore” [“trivialises the name, personality and reputation of the late professor”]. E anche se la Tolkien Estate “comprende che vi sia un equilibrio tra la libertà di espressione e la protezione degli interessi legali, questo particolare uso del nome di Tolkien ha superato la linea di ciò che è lecito.” (Albenge 2011)
Cosa portò la lettera? Tra Hillard e la Tolkien Estate, che a tutt'oggi “detiene i diritti di pubblicità e vieta ad altri l’uso del nome e della personalità di J. R. R. Tolkien in un romanzo di fantasia”, si avviò una disputa legale. (Hillard vs Tolkien Estate sul sito AIST)
Come finì? La Tolkien Estate e Hillard trovarono un accordo in sede extragiudiziale per una somma di cui s’ignora l’importo e con l’impegno di Hillard a cambiare il titolo e il riferimento a Tolkien e, soprattutto, ad inserire nel libro la seguente dicitura: “Questo è un lavoro di fantasia, e non è né promosso né collegato in alcun modo alla Tolkien Estate o all’editore di J. R. R. Tolkien.” Ora, in ogni romanzo in cui Tolkien è citato come protagonista, la prima cosa che m'incuriosisce è vedere se è riportata quella dicitura, e nella prima edizione di Stella del Mattino edita dall’Einaudi e nella recentissima ristampa del 2017 sempre per la Casa torinese, quella dicitura non è riportata in nessuna delle 391 pagine. Neppure nelle 176 della versione in pdf messa a disposizione dallo stesso Wu Ming 4

Stella del Mattino: la dedicatoria
Non è mia abitudine recensire tutti i libri che leggo, come alcuni ben sanno, poiché dovrei abbandonare ogni altra attività e dedicarmi solo a quello ma questo romanzo rientra tra quelle pubblicazioni alle quali non si può negare un commento anche se ammetto le difficoltà nel farlo. Premetto che non mi riferisco alla complessità della scrittura o alla costruzione della storia poiché l’ho trovato di una certa banalità arricchita da qualche frase ad effetto inserita a beneficio di qualche lettore facilmente impressionabile. Le difficoltà cui faccio cenno, invece, sono dettate da alcuni aspetti: il primo l’ho anticipato in apertura ed è il capire dov’è Tolkien; il secondo è dato dal fatto che anche se fosse stato raccontato il vero Tolkien, in questo romanzo c’entrerebbe come lo zucchero in un tegame di parmigiana; terzo, l’uso davvero spropositato della punteggiatura in quanto, e sarà un mio grande limite, mi risulta davvero faticoso leggere un intero libro nel quale ogni sei, otto, undici, nove parole s’inciampa in un punto o una virgola (e sono in buona compagnia avendo condiviso lo stesso pensiero anche con chi conosce molto bene Wu Ming 4). Se, come qualcuno sostiene, “la punteggiatura dà al testo il ritmo”, non è possibile rispettarlo se questa t’impone una lettura stop and go. Ma pensandoci, cosa ci si può aspettare da un libro di 391 pagine che conta 47 capitoli più un Post Scriptum? In pratica un mini-capitolo ogni 8 pagine e una riga e mezza!
Comunque, per capirci, riprendo un passo del quinto mini-capitolo, Ronald, che conta ben 1282 parole e tra queste 226 segni di punteggiatura (in pratica uno ogni 5 parole!):

Ronald si affrettò a raccogliere i lapis e si rimise al lavoro. La luce del pomeriggio iniziava a calare. Guardò l’orologio: un quarto alle quattro. Aveva impiegato troppo tempo per l’etimologia della parola Walrus, tricheco.

Alle elementari mi è stato insegnato che durante la lettura si deve portare il massimo rispetto per la punteggiatura e in Stella del Mattino il farlo mi ha provocato apnea e un senso di ansia in quanto sembrerebbe, ad ogni micro frase, che l’autore debba annunciare qualche verità sconvolgente se non addirittura il quarto segreto di Fatima. Invece nulla, solo frasi tipo questa che mi è appena venuta in mente:

Il Mare è azzurro il cielo un po’ di più. Un gabbiano in volo evacua su un passante. Il tipo soffre di alopecia androgenetica familiare. “E che cavolo” esclama il calvo!

Il perdurare senso di attesa per qualcosa di rilevante o filosofico (che mai arriverà fino alla fine del testo), credo trovi giustificazione nella dedicatoria (o “dedica d’opera”) scelta da Wu Ming 4 e che si compone di due passi: uno preso dalla lettera di Plinio il Giovane a Tacito, e l’altra dal Beowulf. Entrambi i passi sono molto evocativi e possono impettire quegli autori che vedrebbero soddisfatti a pieno l’idea che hanno di sé, quasi una autocelebrazione, per l’aver scritto un’opera letteraria la cui gloria non avrà mai fine. Perché penso questo? Cerco di spiegare questa mia sensazione.
Nella prima, scelta da Wu Ming 4, si legge:

Ritengo davvero fortunati coloro ai quali gli dèi concedono di fare cose degne d’essere narrate o di scrivere cose degne d’essere lette. Fortunati oltremodo coloro ai quali sono concesse entrambe le cose.

Sottolineo come personalmente preferisca la traduzione del Tedeschi:

Quanto a me io stimo beati coloro, che per dono speciale degli Dei hanno potuto far cose degne d’essere scritte, o scriver cose degne d’esser lette; ma assai più felici ancora io reputo quegli, che l’uno, e l’altro favore hanno meritato. (Lib. VI, Ep. XVI, Tedeschi, 208)

La prima interpretazione che mi è venuta alla mente, dopo la lettura del romanzo, è che fortunato/beato “oltremodo” si sentisse Wu Ming 4, poiché gli dèi gli hanno concesso di fare contemporaneamente cose degne d’essere narrate (l’applicarsi nella scrittura) e di scrivere cose degne di essere lette (il suo romanzo). E ripensando alla lettera di Plinio il Giovane, nipote e figlio adottivo di Plinio il Vecchio, immagino che questi, magari in sogno, abbia suggerito a Wu Ming 4 di scrivere questo romanzo poiché, parafrasando ciò che il senatore e scrittore romano scrisse nella stessa lettera: «benché [i protagonisti del romanzo] abbiano scritte moltissime cose, che debbono viver sempre; nondimeno l’immortalità de tuoi scritti contribuirà molto a quella, che [essi sono] per aspettare». (Idem)

La seconda dedica è presa dal poema tanto caro a Tolkien, il Beowulf, che recita:

Quest’atto valoroso noi l’abbiamo compiuto battendoci con grande entusiasmo. Temerariamente ci siamo arrischiati contro la forza dell’Ignoto (vv. 958-960).

Sorvolo sul fatto che Tolkien, “protagonista” di questo romanzo, lo interpretò «Noi, sorretti da salda volontà, compimmo l’atto di coraggio in battaglia e sfidammo la perigliosa forza di quell’essere ignoto» [We with all good will achieved that deed of prowess in battle and the perilous strength of the unknown thing we dared. Tolkien, Beowulf (2014), vv. it. 895-97; en. 781-83]. Mi chiedo, ipotizzando che pensasse anche a se stesso, quale atto valoroso abbia mai compiuto Wu Ming 4 nello scrivere questo romanzo? Probabilmente sbaglio l’attribuzione, ma una cosa però bisogna ammetterla, che Wu Ming 4 si lancia per davvero contro l’ignoto che ahimè, purtroppo per lui, alla fine lo ha fagocitato portando il risultato finale a un: Forza dell’ignoto uno, Wu Ming 4 zero.

Stella del Mattino: la storia
Il romanzo vede quattro protagonisti principali: Robert Graves, Clive Staples Lewis, Thomas Edward Lawrence (noto come Lawrence d’Arabia) e J. R. R. Tolkien. Tra i protagonisti di contorno anche figure molto legate a Tolkien e di cui parleremo tra non molto.

Il periodo durante il quale si sviluppa Stella del Mattino è compreso tra il 1919 e il 1921 con qualche riferimento agli anni precedenti e principalmente riferiti a Lawrence d’Arabia. Quattro personaggi che anche un singolo romanzo ciascuno, seppur scritto da chi possiede quelle doti letterarie che in questo caso mancano, non riuscirebbe a rendere omaggio alla loro fama. I quattro protagonisti si muovono nel libro in storie diverse (non poteva essere altrimenti), e in alcuni punti s’intrecciano. Ma nella loro vita reale cosa ha legato Graves, Tolkien, Lewis e Lawrence? Se conoscete i quattro e non trovate una risposta plausibile non preoccupatevi, siete in ottima compagnia. L’unico filo che li tiene legati è l’aver partecipato ad una guerra, comune denominatore per tutti quelli nati a fine Ottocento (milioni di individui). Ma questo è un elemento così forte da condensare le loro esistenze in un volumetto del genere? Fermo restando che in Stella del Mattino, il futuro autore de Lo Hobbit, ‘vive’ per circa il 90% della sue apparizioni, praticamente, isolato dagli altri.
Presentando il suo romanzo, Wu Ming 4 scrisse sul suo sito:

Stella del Mattino racconta i loro incontri – amicali o conflittuali, intenzionali o fortuiti, veri o immaginari – con Lawrence d’Arabia, personaggio quanto mai ambiguo e sfaccettato, nonché la prima pop star moderna, che ha ispirato saggi, romanzi, documentari, film.

Tolkien, tra il 1919 e il 1921, non ebbe mai “incontri amicali, conflittuali, intenzionali, fortuiti o veri” con Graves, Lawrence e Lewis (solo immaginari, e nella testa di Wu Ming 4), poiché:

1. Tolkien e Lawrence non si sono mai incrociati. Leggendo però una delle presentazioni fatte da Wu Ming 4 di Stella del mattino, credo di aver trovato il perché: «Basta pensare alla definizione che, con un colpo di genio poetico, diede di lui [Lawrence] il coriaceo Auda Abu Tayi: “il folletto del mondo”». Folletti, elfi, hobbit, nani sempre lì stiamo…

2. Tolkien e Lewis si conobbero per la prima volta l’11 maggio 1926 quando il primo partecipò ad una riunione pomeridiana di Facoltà al Merton College di Oxford e lì conobbe il secondo, appena eletto Fellow e Tutor in Lingua e letteratura inglese al Magdalen College. A raccontarlo, lo stesso Lewis nel suo diario:

Tolkien managed to get the discussion round to the proposed English Preliminary examination, see entry for 9 December 1926]. I had a talk with him afterwards. He is a smooth, pale, fluent little chap - can’t read Spenser because of the forms - thinks the language is the real thing in the school - thinks all literature is written for the amusement of men between thirty and forty.... His pet abomination is the idea of ‘liberal’ studies. Technical hobbies are more in his line. (Lewis, pp. 392-3)

3. Tolkien e Graves: Ad oggi si conosce un solo incontro registrato tra Tolkien e Graves avvenuto nel novembre 1964 e raccontato dal primo a suo figlio Michael in una lettera del 9 gennaio 1965:

In novembre è successo un incidente divertente, quando sono andato per un atto di cortesia ad ascoltare l’ultima conferenza della serie data dal professore di poesia: Robert Graves. (Un personaggio notevole, divertente, amabile, vecchio, con un sacco di manie, mezzo tedesco, mezzo irlandese, molto alto, quand’era giovane doveva sembrare come Siegfried/Sigurd, ma un asino). È stata la conferenza peggiore, e più ridicola che io abbia mai sentito. (Lettere, 267)

Il parere di Tolkien fu trenchant, «but an Ass», e che la conferenza alla quale assistette «it was the most ludicrously bad lecture I have ever heard». Ma soprattutto che «must have looked like Siegfried/Sigurd in his youth» e questo a conferma che i due, da giovani, mai s’incontrarono.

Verrebbe da dire Zeru Tituli, ma a spiegarci il perché di questo poker è la nota di chiusura al testo nella quale Wu Ming 4 spiega che:

I personaggi principali di questa storia sono realmente vissuti. Tuttavia mi sono preso la libertà di colmare alcuni buchi nelle loro biografie, di romanzare o inventare le circostanze dei loro incontri, di adattare a scopi letterari gli eventi storici che li hanno visti partecipi. Ciò fa di questo libro un’opera di fantasia.

È chiaro che non mi soffermerò sull’esaminare quanto scritto sugli altri protagonisti, ma sento di scrivere che Wu Ming 4, per quanto concerne Tolkien, più che prendere “la libertà di colmare alcuni buchi”, ha cancellato ciò che si conosce della sua vita reale.

Tolkien (di Wu Ming 4)
In Stella del Mattino Tolkien appare in tredici capitoli e con lui in ordine di apparizione: la moglie Edith, il primogenito John, la cugina di sua moglie, la donna di servizio, gli amici defunti Gilson e Smith e l’amico Christopher Wiseman (mancavano solo i due liocorni ma lo Zecchino d’Oro non ha concesso il nulla osta e sono rimasti nella canzone di Roberto Grotti). Scrivere su quanto raccontato da Wu Ming 4 richiederebbe tempo e soprattutto tanta pazienza perché, è bene ribadirlo, non si è colmato un vuoto nella biografia di Tolkien ma cancellato quello che si conosce. Cercherò, comunque, in maniera schematica, e anche con l’uso di riferimenti tra parentesi quadre, di farvi capire, mini-capitolo per mini-capitolo, quanto secondo chi vi scrive Tolkien (di Wu Ming 4) sia poco reale.

Mini-capitolo 5. Ronald
Wu Ming 4 ci presenta Tolkien mentre lavora su alcune parole del New English Dictionary on Historical Principles (il nome Oxford English Dictionary, come lo chiama Wu Ming 4, lo assumerà soltanto dal 1933) e lo presenta come un impacciato:

La penna centrò il portamatite e lo ribaltò sul tavolo. Il rumore fece voltare tutti. L’occhiata del professor Bradley solcò la stanza fino a inchiodare il responsabile. Ronald si affrettò a raccogliere i lapis e si rimise al lavoro.

Un primo appunto necessario: Tolkien inizio la collaborazione con Dicrtionary sotto la supervisione di Henry Bradley sulle parole che iniziavano con la lettera W. Il 3 aprile 1919, Tolkien presentò delle parole che furono corrette e approvate da Bradley e inviate alla Oxford University Press per la composizione tipografica. Man mano, Tolkien prese familiarità con il suo lavoro al punto che Bradley ridusse di molto le correzioni e fu in questo periodo che passò sotto la supervisione di Charles Talbut Onions (Biography 108). Visto che Wu Ming 4 presenta il suo Tolkien sulla parola walrus, pubblicata nel fascicolo W-Walsh del Dictionary nell'ottobre 1921, è probabile che il suo supervisore fosse Onions e non Bradley.
Proseguendo... Appena letto questo passo mi è venuto alla mente il Fantozzi rag. Ugo che si sente ripetere «Ragionier Fantocci, ma lei non ha nessun complesso di inferiorità. Lei è inferiore!». A parte gli scherzi qui s’ignora il carattere che il vero Tolkien aveva dimostrato fin dal periodo di studi alla King Edward’s School a Birmingham quando partecipava alla Debating Society, della quale divenne nel 1910 anche Segretario. E poi, a mio avviso, si carica di “gravità” un luogo di lavoro, quello del Dictionary, che era tutt’altro che rigido anche alla luce del carattere di Bradley e del fatto che si fosse in una stanza di lavoro e non a fare il compito in classe. Per Wu Ming 4, poi, quel lavoro di continua ricerca sul significato delle parole, come nel caso di walrus (tricheco) “Serviva a sopportare la noia di quel lavoro compilativo” e soprattutto, Tolkien era lì perché lo pagavano: “con una famiglia a carico c’era poco da essere schizzinosi”. Un lavoro compilativo noioso? C’era poco da fare lo schizzinoso? Tolkien lavorava su ciò per cui era più portato e che gli fece sostenere di “aver imparato più in quei due anni che in qualsiasi altra situazione nella sua vita” in quanto “a Tolkien piaceva lavorare al dizionario, e apprezzava i colleghi, specie C. T. Onions, uomo di grande cultura” (Biografia 158). Non poteva essere schizzinoso e cioè “persona cui nulla va a genio, più per una sofisticata ostentazione di raffinatezza che per un reale senso di repulsione”.
Proseguiamo perché la strada è davvero lunga. Dopo che Tolkien (di Wu Ming 4) si congeda dal quel luogo il cui “grigiore delle mansioni aveva contagiato i costumi […] fu proprio al museo che si diresse. Da qualche tempo aveva preso quell’abitudine, una deviazione prima di tornare a casa, un innocuo segreto.” Al segreto ci arriviamo tra poco perché Tolkien (di Wu Ming 4) fa bene a non raccontarlo in giro perché è davvero esilarante. Secondo Carpenter, che Wu Ming 4 ringrazia per i suoi testi preziosi:

solo un breve tratto di strada separava la sede del Dictionary da casa, dove tornava per il pranzo e, non molte ore più tardi, per il tè. Il dottor Bradley era un capoufficio per nulla pignolo riguardo all'orario, e comunque il lavoro non era tale da occupare l'intera giornata di Tolkien (Biografia 159).

Siamo in un romanzo di fantasia e tutto è lecito. O quasi... Veniamo al segreto. Caro lettore, secondo te quale può essere il segreto dell’autore del Signore degli Anelli? Quale può essere la segreta storia dell'ispirazione per l'Anello? Pensi forse al fatto che quest'ultimo non aveva nessun significato nello Hobbit, eccetto quello di essere un anello di invisibilità, e fu solo quando l'editore nel 1937 gli chiese un seguito di quel primo romanzo, che Tolkien ideò attraverso un travagliato processo di gestazione documentato nel volume 6 della History of Middle-earth il concetto degli Anelli del Potere e dell'Unico Anello, facendo di quest'ultimo quasi il protagonista del suo seguito? Quello è ciò che è accaduto realmente, ma nel romanzo di Wu Ming 4 accade altro:

Da lontano era già un bel colpo d’occhio vederli disposti sul piano inclinato, quasi a formare una freccia puntata verso l’alto. Anelli. Forme e dimensioni erano le più svariate. Erano appartenuti a papi, vescovi, principi italiani. Cerchi che racchiudevano patti tra gli uomini, vincoli di potere, il senso di una fede immortale. Alcuni suggellavano un vincolo coniugale sopravvissuto agli stessi amanti e forse celavano motti incisi all’interno. Sfiorò il vetro col naso per osservarli meglio.

Ma va? C’è bisogno di aggiungere qualcosa? Questo è un esempio di come Wu Ming 4 ha colmato un buco nella biografia di Tolkien… Quale grande fantasia ha potuto partorire, rivolgendosi alla figura di Tolkien, la frase “Anelli che forse celavano motti incisi all’interno”? Vogliamo poi parlare della frase che chiude il passo? “La fascetta d’oro che portava al dito era ben poca cosa davanti a quello sfarzo”. Wu Ming 4 finge d’ignorare l’importanza che per Tolkien poteva avere quella “fascetta di poca cosa” e cosa rappresentasse per un cattolico praticante come lui quell’oggetto anche se fosse stata vera la sua visita nella seppur museale gioielleria. Ma nell’economia del romanzo qual è il motivo per il quale Wu Ming 4 spinge il suo Tolkien al Museo? La risposta arriva dopo 10 parole e 11 punti: l’incontro con Lawrence d’Arabia. Il discorso tra i due è al limite del paradosso:

- Uomini che reggevano il peso del potere. - disse Ronald.
Per un attimo l’altro parve incupirsi, ancora sovrappensiero. - Chissà se tutti ne erano all’altezza.
- Immagino di no. Il potere corrompe. - Ronald diede un piccolo colpo di tosse.

Questo dialogo tra il suo Tolkien e il suo Lawrence è davvero disarmante! Per me si poteva chiudere qui il libro e buttare la copia del Signore degli Anelli. Per Wu Ming 4, invece, questo è il colmare buchi nelle loro biografie.

Mini-capitolo 8. Racconti perduti [Toh che finezza!]
In questo mini-capitolo, Tolkien (di Wu Ming 4) ripensa all’incontro con Lawrence e scopre finalmente la verità! Non fu merito di sua madre Mabel, dei docenti alla Kings Edward’s School di Birmingham o all’Exeter College di Oxford, se egli aveva preso coscienza di quella sua innata propensione per le lingue, i linguaggi e la capacità di dargli vita attraverso la scrittura. No, a svelargli tutto – e meno male che sia solo nella mente di chi ha partorito questa assurda storia – è Lawrence! Lo stesso che dice al Tolkien (di Wu Ming 4) che il “modo migliore per domare i mostri se non trasformarli in creature fiabesche, da relegare oltre lo specchio, nel regno fatato” era scrivere e scrivere ancora perché:

Glielo consentiva il potere arcano della lingua, l’ancestrale forza evocatrice. Il segreto delle parole. Era stato quello strano tipo al museo a definirlo così. [Il mago Otelma del deserto!] In fondo era ciò che l’aveva spinto a creare una lingua nuova e allo stesso tempo antichissima, l’idioma delle fate che Edith adorava, la chiave d’accesso all’altra parte del mondo.
Lawrence sembrava parlare al di fuori dei pregiudizi: una qualità rara. Aveva detto di essere un archeologo. Quando Ronald gli aveva rivelato il proprio mestiere, era parso incuriosito.
- Un filologo indaga il segreto delle parole, non è così?
Colto alla sprovvista, Ronald aveva annuito [o perché non lo sapeva oppure perché avrebbe voluto dirgli “Ma va!”].
- E qual è, dunque?
I suoi occhi brillavano di una luce inquieta, azzurri come certi cieli nelle terre del sud. Non c’era ombra di malizia nello sguardo.
In quel momento Ronald si era ritrovato la risposta sulle labbra.
- Le parole danno significato alle cose. Usare un linguaggio è costruire un mondo. Credo sia questo il segreto [dopo il segreto della visita agli anelli].
L’altro era tornato a guardare gli anelli nella teca con uno strano sorriso.
- Come un giuramento o una formula magica.
Ronald era rimasto serio.
- Come un atto d’amore. E’ scritto che in principio fu il Verbo [Ed ecco servito anche il Silmarillion].

Che incontro quello al Museo… ma Tolkien non poteva trovarlo chiuso quel giorno? Magari uno sciopero del custode veterano! Comunque, in questo dialogo c’è una frase che si ritrova sulle labbra Tolkien (di Wu Ming 4) che merita attenzione e che ritroveremo anche in un altro capitolo: Le parole danno significato alle cose. La frase è una delle chiavi di Stella del mattino e facendo diverse ricerche incrociate, non sono riuscito a trovarla né citata né scritta dal Tolkien vero. L’unico riferimento dove questa frase è accredita a J. R. R. Tolkien, è nel libro di Beatrice Masini, che l’ha inserita come citazione nella seconda parte del suo Bambini nel bosco (Fanucci, 2010). E la Masini dove l’ha letta? A dirlo è lei stessa in un’intervista su un altro suo libro edito da Bompiani, I nomi che diamo alle cose, (guarda te!) quando gli viene chiesto di quella citazione: “La storia di quella citazione è lunga, ed è all’origine di un singolare legame con un altro scrittore italiano di oggi. Ma non dirò di più”. Ad essere sincero, quando l’ho letta per la prima volta in Stella del mattino ho avvertito un non so che di familiare ma non riuscivo a ricordare né dove né quando avevo incrociato quel concetto legato a Tolkien e alla sua creazione. Poi mi venne in mente Tom Shippey, che scrisse nel suo The Road to Middle-earth del 1982 ("the word authenticates the thing"), ma ricordavo che anche un altro italiano, prima di Wu Ming 4, aveva utilizzato quel concetto. Ho fatto qualche ricerca su internet trovando questo passaggio:

Ma c’era anche un altro intento, non meno fondamentale per la sua mentalità e il suo carattere: quello di dare un volto, un nome, una fisicità, un retroterra culturale e sacro alle lingue che andava inventando sin da ragazzino. Quello che in un famoso saggio, illuminante e autoironico, definì il suo “vizio segreto” (ora in Il medioevo e il fantastico Bompiani), un vizio da nascondere anche quando era diventato un apprezzato filologo. Chi parlava il quenya e il sindarin? Che aspetto aveva? Insomma, non più nomina sunt consequentia rerum, ma viceversa res sunt consequentia nominarum! Come in ogni mito cosmogonico che si rispetti: nominare le cose conferisce loro l’esistenza.

La data di pubblicazione, però, è 2012 ed è quindi successiva al 2008, anno di uscita di Stella del mattino. Allora ho proseguito la ricerca sui testi e ho trovato, questa volta di otto anni prima dell’uscita del romanzo di Wu Ming 4, questo passaggio che sembra l’evoluzione del precedente:

avendo inventato linguaggi dall'infanzia (in Sulle fiabe afferma che sin da piccolissimo era interessato alle "etimologie"!), una volta diventato adulto, durante la prima guerra mondiale, nelle trincee della Somme e poi in ospedale, sentì il bisogno di dare come un retroterra concreto a questi nuovi idiomi che altrimenti avrebbero continuato ad aleggiare per sempre in un limbo indistinto: insomma, chi parlava questi linguaggi? e costoro dove vivevano? Così, in sostanza, nacque la Terra di Mezzo, questo Mondo Secondario (per usare le sue stesse definizioni) che lo accompagnò per mezzo secolo.

Ma ancora non soddisfatto, ho continuato la ricerca a ritroso arrivando, forse alla fonte di quel concetto. La data è 1991, ben diciassette anni prima che Tolkien (di Wu Ming 4) si “ritrovasse la risposta sulle labbra e la mettesse in bocca”:

All’inizio c’era la parola hobbit scarabocchiata, nei primi anni Trenta, sulla pagina bianca di un compito da correggere: «I nomi», spiegò una volta Tolkien, «spesso facevano scaturire dalla mia mente una storia. Alla fine pensai che fosse meglio scoprire a che cosa somigliassero gli hobbit». Secondo il detto tradizionale Nomina sun consequentia rerum: Tolkien conosceva i nomina, quindi dovevano esistere anche le res.

Bene, l’autore di questi tre passaggi è lo stesso e il suo nome deve dire molto a Wu Ming 4 e ai tanti appassionati tolkieniani: Gianfranco de Turris. Il primo passo è all’interno dell’articolo sul web Del ritorno dello Hobbit del 2012 e il secondo è tratto dall’Introduzione, Il professore che amava i draghi (p. 7), scritta da de Turris per Il medioevo e il fantastico (Luni, 2000), ancora oggi presente nell’edizione Bompiani. I primi due però, sono l’elaborazione di un concetto espresso da de Turris, nel terzo passo presentato che si trova nella prefazione, Il “caso Tolkien” (p. 27), firmata per la prima edizione italiana della biografia di Carpenter La vita di J. R. R. Tolkien (Ares, 1991).
Può essere che il concetto sia frutto dell’elaborazione di Wu Ming 4 ispirato da Shippey (e forse è così), ma ritengo interessante porre all’attenzione dei lettori che c’è stato anche un Gianfranco de Turris a scriverne moltissimi anni prima e questo non so se per una sua elaborazione o perché abbia letto Shippey molto prima di Wu Ming 4.

Proseguiamo con la lettura, perché è interessante anche questo passo:

Tra i reduci le allucinazioni erano all’ordine del giorno. Ora si sentiva scosso e, per qualche ragione, in pericolo. Si fece il segno della croce e pregò per le anime dei vecchi amici, fino a che non sentì il tocco caldo di una mano sulla spalla.
- E’ tardi. Vieni a dormire.
Le cinse la vita con un movimento goffo. Lei lo baciò sulla guancia e gli fece scivolare un sussurro nell’orecchio.
- Ti spetta il riposo, mio dolce Beren.
Ronald sorrise, si alzò e le accarezzò il volto minuto.
- Soltanto tra le tue braccia, luminosa Lùthien. - disse, mentre la tirava a sé e guardava oltre la chioma soffice.

Questo è uno di quei passaggi che mostrano come Wu Ming 4 non abbia colmato un buco nella biografia di Tolkien ma l’ha letteralmente cancellato! E il motivo lo lascio dire allo stesso Tolkien, quello vero, che in una lettera a suo figlio Christopher dopo la morte di Edith, e riferendosi all’iscrizione sulla lapide, scrisse:

Non ho mai chiamato Edith Luthien – ma era lei l’ispiratrice della storia che poi è diventata la parte principale del Silmarillion. [I never called Edith Lúthien – but she was the source of the story that in time became the chief pan of the Silmarillion.] (Lettere 340, 1972).

Sulle allucinazioni e i segni di croce rimando ad un prossimo mini-capitolo e alle conclusioni.

Mini-capitoli 9. Galahad e 10. Lord Dinamite
In questi due capitoli non è presente Tolkien (di Wu Ming 4) ma è interessante citarli per due passaggi. Il primo è nel mini-capitolo 9, quando Lawrence ricorda

Quel pomeriggio al museo, fuori dall’ufficio di Hogarth, era rimasto colpito da una frase di Tolkien.
Le parole danno significato alle cose.
Era quella la chiave. Servivano parole inaudite. Non bastava un eroe, occorreva un poeta. Cosa sarebbe stato Achille senza Omero? [E qui parte la canzone del pelotto “non c’è latte senza biscotto / non c’è sopra senza sotto / non c’è pisolo senza dotto / non c’è dodici senza ottantotto / non c’è ossobuco senza risotto / perché non c’è Wu Ming numero otto? ... ]

Rimando al mini-capitolo precedente.
Nel mini-capitolo 10, invece, un giovane Lawrence dopo un colloquio con Hogarth – il direttore del Museo che di segreti se ne intendeva veramente – esce dalla stanza lasciando una spada trovata su un’ansa del Tamigi. Scrive Wu Ming 4:

Hogarth aspetta che esca dallo studio e si risiede, trovandosi di nuovo sotto gli occhi la spada spezzata. Senza pensare la impugna con una presa salda e la solleva come fosse ancora intera. [Chi e cosa vi ricorda?]
- Sorga un cavaliere. - mormora tra sé.

Mini-capitolo 12. L’antro di Merlino
Questo mini-capitolo è un’altra perla di citazioni e banalità al punto che se Gaius Iulius Caesar avesse avuto il tempo di leggerlo alla compagnia guidata da Gaio Cassio, Marco e Decimo Bruto, questi si sarebbero immolati prima e la storia non avrebbe conosciuto il cesaricidio. Il mio commento, vista la vastità di cose narrate e meritevoli di attenzioni, lo affido alle parentesi quadre.
Hogart è con Tolkien (di Wu Ming 4):

- E’ stato Lawrence a parlarmi di lei. - proseguì Hogarth. – Credo sia rimasto molto colpito dalle vostre chiacchiere davanti a questa teca. [Qui concordo con Hogarth sull’essersi detti delle chiacchiere]
- Gli sarò apparso davvero ingenuo. - disse Ronald. - Purtroppo ho scoperto chi è soltanto dopo il nostro incontro. Non mi tengo aggiornato sull’attualità. [E qui lo stereotipo di un Tolkien rivolto solo al passato dove s’ignora, o dimentica, l’interesse di Tolkien anche per i suoi contemporanei (come James Joyce o Gertrude Stein) come ormai da tempo dimostrano gli studi sulle sue letture]
- Certo, lei preferisce il passato [lasciamo perdere, come non detto.]

Prosegue Hogarth, che in questo caso mi ricorda Roberto Giacobbo…

Da un capitello noi ricostruiamo un tempio, una città. Si è mai chiesto cosa spinge gente come lei e me a volgersi verso il passato?
- Immagino sia la sua perfezione. - rispose Ronald. - Il fatto che non può deluderci. [E qui scatta il fermo immagine tipico delle soap opera americane, quello dove i protagonisti si fermano e si fissano oltre lo spazio e il tempo come se stesse per accadere una tragedia o chissà quale cataclisma!]
[…]
Proseguirono. Il professore incrociò le mani dietro la schiena.
- Che ci piaccia o no camminiamo rivolti all’indietro. Un archeologo trasforma i miti in realtà storica. Un filologo può restituirci la grandiosità poetica degli antichi. Chi ricostruisce mondi perduti può essere capace di immaginarne di nuovi. [Immagino, se questa assurdità fosse veramente accaduta, che Tolkien fissando il suo interlocutore pensasse: “Ma va? Che tipo originale e profondo! Io non ci avevo pensato prima, magari gli rubo l’idea”] Sta a noi decidere come spendere la piccola forza creatrice che ci è stata consegnata. [Gandalf “Ma non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato”. Che fantasia che ha Wu Ming 4! Resto sempre più sbalordito.] E’ quello che Lawrence ha fatto.
- Suppongo che lei ne sia molto fiero.
Hogarth sorrise compiaciuto.
- Ho soltanto dato a un giovane schivo e caparbio una piccola spinta fuori da qui, verso il confine che separa ciò che siamo da quello che potremmo essere [“Spinta fuori dall’uscio” non vi dice nulla? Un tale Gandalf, un hobbit, un’avventura… no? Che fantasia straboccante, mi lascia senza parole. E in tutto questo “Tolkien muto!”]. Ma il suo destino l’ha scelto da sé.

Concludendo:

- Forse si chiede perché le ho raccontato tutto questo. Diciamo che è il mio modo di sdebitarmi. Involontariamente lei mi ha aiutato a convincere Lawrence che può portare a termine il suo lavoro anche con la penna in mano. [Me lo chiedo anche io del perché Wu Ming 4 ha deciso di scrivere sta cosa… Povero il vero Tolkien] Scrivere la cronaca di guerra sarà la sua impresa più difficile [E così nel prossimo romanzo di Wu Ming 4, a scrivere della Guerra dell’Anello sarà Hogarth e Tolkien… sempre muto!].

Mini-capitolo 16. La regina delle fate
Qui le cose ritornano a farsi serie e Wu Ming 4 tocca tasti della vita privata di Tolkien che andrebbero utilizzati con maggior prudenza proprio per non “banalizzare il nome, la personalità e la reputazione del compianto professore” così come auspica da sempre la Tolkien Estate. In particolare si narra della fede di Edith e del suo temporaneo allontanamento dalla Chiesa le cui motivazioni, per chi conosce la biografia dei coniugi Tolkien, sono complesse e molteplici. Scrive Wu Ming 4 che il suo Tolkien:

Si voltò a cercare Edith e la vide ferma con le braccia al petto, pochi passi indietro.
- Andiamo. Non essere sciocca, è domenica.
Ronald lanciò un’occhiata attorno. Il sagrato di St. Aloysius non era affollato. I cattolici in città erano una piccola schiera, ma a lui non piaceva farsi notare a quel modo.
Tornò indietro.
- Non mi fa sentire meglio raccontare i fatti miei a un estraneo. - disse lei. - E’ soltanto imbarazzante.
Lui sospirò.
- Edith...
- E’ una cosa medievale. - aggiunse stizzita. - Voglio parlare con te, non con il prete.
Ormai erano entrati tutti. Ronald le prese le mani.
- Fallo per me.
Edith sollevò il broncio, sospirò, poi si rassegnò a seguirlo in chiesa.

St. Aloysius era la chiesa che Tolkien frequentava da studente e che riprese a frequentare a partire dal 1926 fino al 1947, anni dopo i fatti inventati da Wu Ming 4, quando la famiglia Tolkien risiedeva in Northmoor Road. Personalmente, trovo che la situazione inventata da Wu Ming 4 sia, per diversi motivi, fuori luogo e va oltre il riferimento sbagliato alla chiesa.
Tolkien (di Wu Ming 4), non il vero e “fiero cattolico romano” citato da Andrea Monda, non piaceva farsi notare in quel modo dalla piccola schiera di cattolici in città. Chissà perché alla mente mi viene il contributo scritto dal E. B. Fitzalan, Catholics in Public Life, all’interno del volume collettaneo Catholic emancipation, 1829 to 1929, del 1929, che vede anche un testo di G. K. Chesterton dove ci sono riferimenti propri alla comunità cattolica di Oxford in quel periodo. Ma andiamo oltre. Wu Ming 4, a mio avviso, banalizza l’allontanamento dalla Chiesa cattolica di Edith (convertitasi nel 1913 dopo il fidanzamento con Tolkien) che avverrà alcuni anni dopo i fatti inventati e nel periodo successivo all’arrivo di Lewis, nel 1926, che fu in modo marginale, assieme ad altri amici del marito, una delle cause. Poi, non penso che Edith, conoscendo la sensibilità del marito e la sua cultura, gli avrebbe detto che la confessione con un sacerdote era “una cosa medievale” oppure un raccontare “i fatti miei a un estraneo”. Inoltre, ma questo Wu Ming 4 lo ignora come ignora buona parte della vita dei Tolkien e lo dimostra ampiamente non solo qui, in quella stessa chiesa, nel febbraio 1946, il loro primogenito John Francis Reuel avrebbe celebrato la sua prima Messa. Per questi motivi, a mio avviso, avrei evitato questo passaggio, che sinceramente non apporta nulla alla storia ma appare come un voler ficcare per forza quante più cose dando l’idea di una vasta conoscenza della biografia di Tolkien.

A seguire si legge che per Tolkien (di Wu Ming 4):

Con un altro figlio le cose sarebbero cambiate, dietro l’euforia che lo pervadeva si insinuava l’urgenza delle scelte. Avrebbe dovuto abbandonare il lavoro al Dizionario. Già da qualche tempo era scettico sull’utilità di continuare, ma un’altra bocca da sfamare valeva come ultimatum. Immaginò l’espressione mesta sulla faccia di Bradley, quando gli avrebbe presentato le dimissioni.

L’idea di lasciare il lavoro al Dictionary non nacque perché era in arrivo il secondogenito Michael e per questo nasceva l’incombenza di sfamare un’altra bocca! L’impegno di Tolkien, quello vero, con il Dictionary gli consentiva di arrotondare lo stipendio con attività d’insegnamento e tutoraggio così come facevano molti altri collaboratori. Cosa che Tolkien fece a partire dal 1919 ricevendo sin da subito risposte positive e soprattutto dai college femminili come il St Hugh e il Lady Margaret Hall poiché, la sua condizione di uomo sposato, permetteva alle studentesse di ricevere le lezioni presso la sua abitazione senza un accompagnatore. Questo doppio impegno era iniziato ancor prima del concepimento di Michael se il 17 settembre 1919, grazie alle entrate del Dictionary e del tutoraggio, riuscì ad affittare una piccola casa al numero 1 di Alfred Street (ora Pusey Street) e a trasferirsi con la famiglia e persino permettersi di pagare una persona che aiutasse Edith. Parliamo di settembre 1919, mentre Michael fu concepito tra gennaio e febbraio del 1920 e dato alla luce nel mese di ottobre dello stesso anno. La decisione di lasciare il lavoro al Dictionary non avvenne che a fine maggio del 1920, un mese prima di far domanda per Leeds, e nacque perché ormai “era in grado di guadagnare con l'insegnamento uno stipendio sufficiente a sopperire alle loro necessita” (Biografia, 160) e a causa “dell’aumentato impegno di assistente che mi ha reso impossibile continuare” (Lettere 7, 1925).

Mini-capitolo 24. L’invocazione
Alla fine della lettura di questo mini-capitolo, si capisce che la “richiesta sottolineata da una particolare urgenza o intonata alla commossa solennità propria della preghiera o del voto” nel titolo dev’essere compiuta dal lettore che si chiede: Perché?
Chris Wiseman, amico di Tolkien sin dall’infanzia, membro dei T.C.B.S. e, come lui, uscito indenne dal primo conflitto mondiale, si reca a Oxford in visita alla famiglia Tolkien. Oggetto della visita, una richiesta del Tolkien (di Wu Ming 4) d'incontrarlo dopo che questi ha accusato le “apparizioni” dei loro due amici morti in guerra: Robert Gilson e Geoffrey Bache Smith. Nel mini-capitolo, Wu Ming 4 fa parlare i due amici “vivi” su apparizioni nate ed è elaborate da lui che, come ricordiamo, ha riempito dei buchi nelle biografie dei protagonisti!
Repetita iuvant, si è davanti al Tolkien (di Wu Ming 4) e non a quello vero giacché, come dirò in seguito, gli avvenimenti realmente accaduti nella vita del professore di Oxford che si trovano tra i buchi colmati dall’autore di questo libro, sono accaduti per la maggior parte in tempi diversi e distanti. Per intenderci, fatti realmente accaduti nel 1926 vengono utilizzati nel 1920, quelli del 1920 utilizzati nel 1919 e viceversa oppure ciò che è accaduto veramente a marzo lo si narra dopo un evento di giugno. E questo mini-capitolo ne è un’altra chiara dimostrazione.
Tolkien (di Wu Ming 4) aspetta in stazione a Oxford l’amico Christopher Wiseman e dallo scambio di battute iniziali s’intuisce che il periodo in cui si incontrano risulta essere il giugno 1920:

Chris volle sapere invece della domanda d’insegnamento a Leeds.
- L’ho inoltrata. Aspetto una risposta. - tagliò corto Ronald.

Kenneth Sisam, infatti, informò Tolkien nei primi tempi di giugno della possibilità di coprire il posto di Lettore di Lingua inglese presso l’Università di Leeds dopo la morte per annegamento del professor Frederic William Moorman. Domanda che Tolkien presentò contestualmente e che trovò pronta risposta se, a fine giugno, era già a Leeds per sostenere il colloquio con il professor George Stuart Gordon. Fin qui la storia vera perché nella realtà quell’incontro, in quel periodo, non c’è mai stato. Non è un problema, perché in romanzo di fantasia, questo ci sta eccome, ma andrebbe raccontato e costruito in modo che possa apparire verosimile. Purtroppo così non è e non c’è buco colmato che tenga.

Nella realtà, il rapporto tra i due, da sempre animato da forti contrapposizioni e differenti visioni delle cose come ben illustra Garth nel suo Tolkien e la grande guerra (Marietti, 2007), proseguì anche dopo il primo conflitto  mondiale. E questo fino alla fine, come si evince dalla lettera del 24 maggio 1973 allo stesso Wiseman, nella quale Tolkien ricordava i tempi alla King Edward’s School, e quella del 29 agosto dello stesso anno, 5 giorni prima della sua morte, a sua figlia Priscilla, nella quale scriveva che “desiderava molto fare visita a diverse persone” e tra queste citava l’amico Christopher. Però, c’è anche da sottolineare come, citando John Garth, “la guerra aveva indebolito il legame tra i “Grandi Fratelli Gemelli” (soprannome che Tolkien diede alla loro amicizia con chiaro riferimento al Lay di Thomas Babington Macaulay The Battle of the Lake Regillus che lo ispirò per la poesia parodistica sul rugby del 1911 The Battle of the Eastern Field). Il conflitto aveva cambiato soprattutto Wiseman che “dopo la morte di sua madre nell’agosto 1917 e quella di Smith, era diventato depresso, scrivendo [a Tolkien]: «Dobbiamo trovare il modo di stare insieme in qualche modo. Non riesco a sopportare di essere tagliato fuori dal settimo cielo in cui ho vissuto la mia giovinezza» (Garth, 331).
Ancora:

il legame aveva sofferto un lungo logoramento. Per gran parte del 1918 i due avevano perso le tracce dei loro spostamenti, benché in dicembre Wiseman scrivesse per informare Tolkien che sarebbe andato a Cambridge per insegnare ai sottufficiali: «Cosi il TCBS sarà nuovamente presente in entrambe le università e forse, di tanto in tanto, potrà anche riunirsi», disse. Wiseman espresse inoltre «ansia paterna» per Tolkien, Edith e il piccolo John, ma il futuro del TCBS, un tempo colossale e destinato a dominare il mondo, ora sembrava solamente a grandezza naturale. (Garth, 332)

Di una visita a Oxford di Wiseman si ha traccia solo in una sua lettera del 27 dicembre 1918 nella quale, rispondendo a Tolkien che gli aveva scritto del suo trasferimento al 50 di St John Street, si disse dispiaciuto per non esser riuscito a fargli visita perché doveva ritornare sulla nave HMS Monarch per un breve periodo e poi a Cambridge per l’insegnamento ai giovani ufficiali inglesi.

A casa del Tolkien (di Wu Ming 4) i due: “Per un attimo rimasero in silenzio, sopraffatti dai ricordi del Tea Club diventato poi Barrovian Society. T.C.B.S., nel gergo degli unici quattro affiliati”. Non ho ben capito cosa intenda Wu Ming 4 con “gli unici quattro affiliati” del T.C.B.S. giacché in quel gruppo di membri (il termine affiliati mi porta alla mente le sette o peggio ancora la criminalità organizzata!), i quattro non furono quattro! Oltre a Tolkien, Wiseman, Gilson e Smith, Wu Ming 4 dimentica Ralph S. Payton, soprannominato “the Baby” morto nel 1916 e suo fratello Wilfrid Hugh, noto come “Whiffy”. Ancora, Sidney Barrowelough, e Vincent Trought, che con Wiseman e Tolkien fu tra i primi del gruppo, e la cui amicizia fu fortemente radicata anche se breve poiché morì nel gennaio 1912 a causa di una grave malattia. E infine Thomas Kenneth Barnsley detto “Tea Cake”, morto nel 1917, che si esibì con Tolkien e Wiseman in The Rivals di Sheridan, messo in scena dall’altro T.C.B.S., R.Q. Gilson. E dire che Wu Ming 4 fa ricordare questa interpretazione proprio a Wiseman in questo mini-capitolo ma dimentica Barnsley.
A ricordare gli altri membri fu lo stesso Tolkien, quello vero, nella lettera citata del 1973 a Wiseman nella quale scrisse di aver ricevuto la lettera di un loro amico, Lycett, che gli disse che: “da ragazzo non puoi immaginare quanto vi ammirassi e invidiassi lo spirito di quella consorteria scelta formata da J. R. R. T., C. L. Wiseman, G. B. Smith, R. Q, Gilson, V. Trought, e i Payton” (Lettere 350, 1973).

Il dialogo tra Tolkien e il Wiseman di Wu Ming 4 mi ricorda qualcosa di già visto e che per gioco voglio qui mettere a confronto. Il testo di Wu Ming 4:

Dopo mangiato Ronald e Chris si accomodarono nello studio con le pipe e un paio di bicchieri.
Ronald temporeggiò armeggiando col tabacco, incerto su come affrontare l’argomento, ma fu Chris a toglierlo subito dall’imbarazzo.
- Dunque è qui che è successo.
Si guardò intorno, come se gli spettri dovessero apparire di nuovo.
Ronald annuì.
- Sei sicuro che siano proprio loro?
- Sì.
Per un attimo le volute di fumo li avvolsero entrambi e l’odore dolce del tabacco pervase lo studio.
- E se ne stanno semplicemente qui e ti guardano?
Ronald scosse il capo.
- Te l’ho scritto. L’ultima volta mi hanno chiamato per nome.
Chris accostò il fiammifero alla pipa e tirò una serie di boccate.
- Mmmh. Allucinazioni visive e uditive. So che a Londra ci sono dei medici specializzati in queste patologie. Ma non credo che il tuo caso sia così grave.
- Chi ti dice che non possa diventarlo?

E questo quello che mi viene in mente:

PETER: È qui adesso, Ray. Sta guardando proprio me.
RAY: È un aborto di tubero, vero?
PETER: Temo ti possa sentire, Ray.
RAY: Non muoverti. Non ti farà del male.
PETER: Aaah! Aaah! Aaah!
RAY: Venkman! Venkman! Sono io! Venkman, che è successo? Sei ferito?
PETER: Mi ha smerdato.
RAY: Fantastico! Contatto fisico autentico! Puoi muoverti?
EGON: Ray! Ray, rispondimi!
PETER: Mi sento di un fetido..

E ancora:

EGON: Ray, qui è di una gravità estrema.
RAY: Oh, no!
PETER: Cos'è?
EGON: Attenti!
GOZER: Subcreature! Gozer il gozeriano, Gozer il Distruggitore, Volguus Zildrohar, il viaggiatore è giunto! Scegliete e perite.
RAY: Che significa scegliete? Per noi non è chiaro!
GOZER: Scegliete. Scegliete la forma del Distruggitore.
PETER: Oh, oh, ho capito, ho capito, oh, oh! Molto carino. A qualunque cosa pensiamo, se pensiamo ad Adolfo Hitler, Hitler appare e ci distrugge, è chiaro? Fate il vuoto in testa! Fate il vuoto, non pensate a niente, è la sola via di salvezza!
GOZER: La scelta è fatta.
PETER: Nooo!
GOZER: Il viaggiatore è giunto.
PETER: Qua non ha scelto nessuno un accidente! Tu hai scelto qualcosa?
EGON: No!
PETER: E tu?
WINSTON: La mia mente era in bianco.
PETER: E neanch'io ho scelto niente.
RAY: Non è colpa mia. C'è entrato così, da sé.
PETER: Cosa? Cosa c'è entrato così, da sé?
RAY: Io... io... ho cercato di pensare...
EGON: Guardate!
RAY: No! Non può essere!
PETER: Che cos'è?
RAY: Non può essere!
PETER: Che cos'hai pensato, Ray?
RAY: Oh, merda! È l'uomo della pubblicità dei marshmallow.

Esatto, pensavo a Ghostbusters – Acchiappafantasmi, il film del 1984 diretto da Ivan Reitman con Bill Murray (Peter Venkman), Dan Aykroyd (Raymond "Ray" Stantz), Harold Ramis (Egon Spengler) e Ernie Hudson (Winston Zeddemore).

Tornando al testo di Wu Ming 4, e scusandomi per la divagazione, i due protagonisti scoprono il perché delle “apparizioni” di Gilson e Smith in divisa della King Edward’s School: i due amici, anche loro finiti nei buchi colmati da Wu Ming 4, avevano “qualcosa a che fare con una stella”. E così Tolkien (di Wu Ming 4) ricorda che le apparizioni iniziarono poco dopo la guerra e altre due a distanza di mesi. In particolare, ciò che colpì i due acchiappa fantasmi wuminghiani, fu quella accaduta pochi giorni prima in coincidenza della lettura dell’invocazione Eala Earendel engla beorhtast ofer middangeard monnum sended mentre un suo studente Eric Valentine Gordon, che gli sarà poi collega e successore a Leeds, leggeva passi del Crist del Cynewulf in cui è contenuta (mini-capitolo 20. Spettri). [Per Tolkien vero, quell’invocazione gli fece sì provare “un curioso fremito come se qualcosa si fosse mosso, risvegliato” (Biografia, 99) ma faceva parte di un testo che, come scrisse a Paul Bibire il 30 giugno 1969, considerava “di una noia deplorevole” (Garth, 63). Ma su di lui, “la noia poteva avere un effetto paradossale: metteva in moto la sua immaginazione” (Garth, 63)]

Wiseman chiede maggiori lumi al Tolkien (di Wu Ming 4) e questi, imbambolato, raccoglie un quaderno sulla scrivania nel quale è riportato un testo che l’amico legge a bassa voce:

Sorse Eärendel dalla coppa dell’Oceano / sull’orlo tenebroso del mondo di mezzo; / Dalle porte della Notte come un raggio di luce / balzò oltre la linea del tramonto, / E lanciando la sua barca come scintilla d’argento / Dalla sabbia dorata / All’ultimo alito infiammato del Giorno / Egli salpò dall’Ovestlandia.

Si tratta della prima strofa del poema The Voyage of Earendel the Evening Star, composto nella sua prima versione il 24 settembre 1914, ispirato da quella citazione del Crist. Christopher Tolkien ha scritto che di quel poema “esistono circa cinque differenti testi, ciascuno che include correzioni apportate al precedente, benché solo la prima strofa sia stata sostanzialmente riformulata” (Racconti perduti, 326). Quella prima strofa, in Stella del mattino, è una traduzione di Wu Ming 4, differente da quella tradotta da Cinzia Pieruccini nei Racconti perduti (Rusconi, 1987):

Sorse Eärendel dove la tenebra fluisce / Dell’Oceano alla riva silenziosa / Per la bocca della notte, quasi raggio che lambisce / La costa dov’è pallida e scoscesa / Lanciò la barca come scintilla argento / Dalla sabbia estrema e solitaria / E alle brezze del giorno che muore in un incendio / Egli salpò dall'Ovestlandia.
(Racconti perduti, 326)

E molto meno evocativa di quella tradotta da Lorenzo Gammarelli in Tolkien e la grande guerra (Marietti, 2007), che trovo di gran lunga più vicina alla versione inglese di Tolkien:

Éarendel usci dalla coppa dell’Oceano / Nell’oscurità dell’orizzonte della terra centrale; / Dalla porta della Notte come un raggio di luce / Balzò oltre la sponda del crepuscolo, / E lanciando la sua barca come una scintilla d’argento / Dalle sabbie ancora per poco dorate / Con le brezze soleggiate del Giorno che muore in un incendio / Salpò dalle terre d’Occidente. (Garth, 64)

A parte le traduzioni, che possono essere ovviamente soggettive, nel romanzo quell’invocazione desterebbe le anime dei due amici del Tolkien (di Wu Ming 4) e di Wiseman il quale giunge che i “fantasmi” (Gilson e Smith!) abbiamo a che fare con la stella del mattino, aggiungendo “Venere, l’eros…” e ricevendo da Tolkien una risposta che davvero mi lascia perplesso:

- Oh, non provare a spacciarmi le teorie di Freud. - sbottò Ronald. - Se dobbiamo scoprire che è colpa di mio padre che quasi non ho conosciuto, o di mia madre, riposi in pace...

E non tanto per il riferimento a Freud, ma per quell’accenno a suo padre, che non ha mai conosciuto avendo lui tre anni quando è morto, e soprattutto a sua madre con riferimento all’affermazione del Wiseman di Wu Ming 4 su Venere ed eros! Inutile ribadire il legame che c’è sempre stato tra Tolkien e sua madre anche e soprattutto dopo la morte avvenuta nel 1904, e di quanto abbia inciso la figura materna sulla sua formazione religiosa. La figura di Mabel Suffield, sua madre, è centrale nella vita di Tolkien e fino alla fine un esempio anche alla luce di quanto le accadde nel momento della conversione alla religione cattolica. Continuo a non capire il perché Wu Ming 4 inserisca riferimenti di questo genere che mai si ritrovano negli scritti del Tolkien vero.

Nella discussione, Wiseman fa riferimento agli effetti che la guerra provoca sui soldati “Senso di colpa, spaesamento, nevrastenia... Si tratta di trovare il bandolo” e a queste parole “Ronald sentì la preoccupazione riaffiorare. Come aveva potuto, soltanto un’ora prima, sottovalutare la minaccia che incombeva sulla sua vita? Si sentiva di nuovo depresso. - Non mi va di impazzire. Non voglio e non posso permettermelo”. Per la verità, nella storia reale fu Wiseman a vivere la depressione e poi a confidare a Tolkien, in una lettera del primo marzo 1916, che temeva si per la salute mentale, ma non di Ronald, bensì di Gilson, per via della sua natura sensibile (Garth, 188 n. 21). E aggiungendo che Gilson “da tutto questo ne uscirà un uomo valoroso […] se non perde la ragione” perché “La pazzia è ciò che temo maggiormente” (Garth, 237).

Dopo di che, il Wiseman di Wu Ming 4 chiede lumi su Eärendel e, dopo aver ricevuto dal primo la risposta che “per gli antichi Sassoni è una personificazione della stella del vespro e del mattino. Per i cristiani simboleggia il ritorno del Salvatore”, ribatte che “Questa risposta va bene per i tuoi allievi. Ma temo che per te non sia sufficiente”. Come chiude Tolkien (di Wu Ming 4)? “Ronald fu sul punto di ribattere qualcosa, ma poi tacque.” E personalmente credo che abbia fatto molto bene a tacere, altrimenti non so cosa gli avrebbe fatto dire Wu Ming 4!

A margine di quanto si qui detto, propongo un piccolo appunto fattomi notare da un caro amico proprio a riguardo della Stella del mattino e questi riferimenti a Venere e l’eros. È in un certo senso vero che la stella del mattino sarebbe Venere e quindi la forza sessuale, ma questo continua a essere un anacronismo perché per gli antichi, e Tolkien lo sapeva benissimo, non era l’amore ad essere una sublimazione del sesso ma il sesso ad essere una modalità di amore, quindi la stella del mattino è l’amore. Di certo nel medioevo non vi avrebbero connesso Cristo e anche la Madonna, che Wu Ming 4 (volutamente?) non cita, oltre che Lucifero. E quanto accade in questo mini-capitolo, ben si sposa con l’incontro tra Tolkien e Lawrence nella sala degli anelli che appare pretestuoso laddove tutto appare costruito affinché passi il messaggio sottile che l’anello, oltre al simbolo del potere in Tolkien e nel Signore degli Anelli, sarebbe anche la sessualità. Ma alla tesi che vuole un significato sessuale dell'Anello, Tom Shippey, tanto stimato da me e Wu Ming 4, aveva già dato una risposta decenni fa in La via per la Terra di Mezzo, rispondendo a un giornalista inglese. Non necessariamente, per il solo motivo che qualcosa sfugga ad analisi semplicistiche, dobbiamo giocoforza classificarla come sessuale, specialmente in riferimento agli Inklings che detestavano la psicanalisi proprio per il motivo della pretesa onnicomprensività di tale riduzionismo.

Il mini-capitolo si chiude con la fine del mini-viaggio. Infatti, nel libro di Wu Ming 4, Wiseman parte da Cambridge, dove vive e lavora con il Professor Ernest Rutherford, giunge la mattina alla stazione di Oxford, poi percorre con Tolkien (di Wu Ming 4) circa 1 km a piedi (dalla stazione, che è sempre stata lì, a casa sua in Alfred Street oggi Pusey Street) e “per tutto il tragitto fino a casa non parlarono del motivo della visita”. Pranzarono, si spostarono “nello studio con le pipe e un paio di bicchieri”, parlarono dei fantasmi e poi “l'indomani si salutarono al fischio del treno”. Tutto in un giorno. Giusto per la cronaca il primo servizio passeggeri ferroviario con motore a benzina fu sperimentato proprio sulla tratta Oxford-Cambridge, distanza di circa 170 km, a una velocità di 85 km/h… ma era il 1935 (Cambridgeshire Railways, 52). All’epoca dei fatti, la tratta correva da Oxford a Bletchley e da Bletchley a Cambridge, e tra Oxford e Bletchley, proprio nel 1919, furono attivate anche le fermate a Summertown, Wolvercote, Oxford Road, Oddington, Charlton e Wendlebury (QUI).

Ma allora, visto che il lavoro di Wu Ming 4 è di fantasia perché a questo punto non far volare Wiseman anziché fargli fare quella sfacchinata in treno per una sola giornata?

Mini-capitolo 28. Essay Club
Tolkien (di Wu Ming 4) aveva fatto domanda per il posto di Lettore di Lingua inglese presso l’Università di Leeds nel giugno 1920 perché:

C’era un altro motivo che lo spingeva a tentare, un motivo che non aveva certo condiviso con Edith. Lasciare Oxford poteva essere un modo di sfuggire ai fantasmi. La tentazione era forte, ma poteva rivelarsi un’arma a doppio taglio. Se fossero comparsi anche altrove? Sarebbe stata una sentenza senza appello sul suo stato mentale.

Questo nella fantasia, nella realtà accadde per una questione legata alla propria crescita professionale e accademica condita con della buona e sana ambizione.

Tolkien (di Wu Ming 4), mentre pensa a come scacciare i fantasmi (sic!) grazie a Leeds, si reca all’Exeter College: “che adesso lo attendeva dall’altra parte della strada per ascoltarlo leggere davanti all’uditorio dell’Essay Club. Un onore riservato agli ex allievi”. E la lettura è quella di The Fall of Gondolin. Ora, nel romanzo di Wu Ming 4, in ordine temporale, Tolkien fa domanda per Leeds e poi, non si capisce dopo quanto tempo, tiene la conferenza all’Exeter College Essay Club. Per carità, quella lettura la tenne veramente, e per davvero erano presenti Nevil Coghill e Hugo Dyson, solo che nella realtà la serata all’Exeter College si tenne il 10 marzo 1920, tre mesi prima che Tolkien inviasse la domanda per il posto a Leeds. Ecco cosa intendevo per cancellare quanto di certo si conosce della vita di Tolkien.

Alla lettura del Tolkien (di Wu Ming 4) è presente anche Lawrence, in un gioco del “è lui o non è lui, è lui o non è lui… ma certo che è lui!” come direbbe il buon Ezio Greggio. Infatti Tolkien (di Wu Ming 4) lo vede e non lo vede durante la conferenza ma poi, uscito “seguì la propria intuizione” ed entra nell’Ashmolean Museum dritto al piano superiore dove “la teca con gli anelli brillava in mezzo alla sala. Lawrence si voltò appena, senza meraviglia, quasi lo stesse aspettando”. E qui mi viene in mente la scena finale del Titanic di James Cameron, anno 1997, quando l’ormai trapassata Rose De Witt Bukater Dawson Calvert (Kate Winslet) si ritrova sulla nave con il già andato e congelato Jack Dawson (Leonardo di Caprio) che “l'attende di spalle sulla Grande Scalinata della prima classe dove l'orologio segna ancora le 2:20”. Solo che tra i due titanici vi fu un bacio… chiaramente titanici è riferito a Rose e Jack!

Tolkien/Jack di Wu Ming 4 si avvicina a Lawrence/Rose e gli chiede se fosse lui alla lettura. Risposta affermativa, si è intrufolato e ne ha ammirato le doti di narratore. Un vero gentlemen – oppure lo stava prendendo per i fondelli – perché evita di far notare al conferenziere quello che tutti, compreso se stesso, dicevano del suo modo di parlare. Farfugliava, e con la età peggiorò, e le sue parole erano quasi incomprensibili (diede sempre la colpa a una ferita alla lingua quando giocava a rugby 1911-14); “il mio modo di parlare veloce (che è congenito e inguaribile)” (Lettere 294, 1967); e il suo biografo Carpenter, raccontando del loro primo incontro, scrisse che era nervoso perché:

non riesco a sentire nulla di quanto mi sta dicendo. Ha una voce particolare; profonda ma sorda […] per la maggior parte del tempo non parla chiaramente: le parole escono fuori in un impeto ardente, intere frasi sono elise o compresse nella rapidità dell’enfasi. Porta spesso le mani alla bocca, il gesto rende ancora più difficile capire ciò che dice. Parla con frasi molto articolate, senza interrompersi, poi arrivano lunghe pause nelle quali si attende forse che io risponda: ma rispondere a cosa? Se una domanda c’era, non me ne sono accorto. Improvvisamente ricomincia, senza aver mai finito le sue frasi, per giungere rapidamente a una conclusione enfatica. Subito dopo riprende in bocca la pipa, stringendola tra i denti, parla attraverso le labbra chiuse e accende un fiammifero appena ha raggiunto una conclusione (Biografia, 27).

E mi fermo qui! Lawrence parla al Tolkien (di Wu Ming 4) come se gli leggesse la mente parlando della guerra e di chi non è ritornato… ed è così perché si tratta di un romanza di fantasia che narra di un incontro che non c’è mai stato e di persone che non si sono mai conosciute. E Tolkien (di Wu Ming 4) vorrebbe rispondergli ma sente che “Eppure tra loro rimaneva una barriera. Quell’uomo indossava una corazza di metallo elfico. Leggerissima e al contempo impenetrabile”. Se fosse stato Uruk-hai avrebbe potuto seguire le indicazioni di Legolas nel film Le due torri: Faeg i-varv dîn na lanc a nu ranc… (La loro armatura è sottile sul collo e sotto le braccia…) e anche se il film uscirà ottant’anni dopo chi se ne importa tanto è un romanzo fantastico!
Ma l’elfico Lawrence riprende il discorso fatto in un mini-capitolo precedente:

- Ricorda cosa mi disse a proposito della corruzione del potere?
- Mi sembra di sì. - rispose Ronald, e in quel momento capì che era Lawrence a volersi confidare.
- Per due anni ho portato un anello come questi. Me ne sono servito per condurre le persone che si fidavano di me a un trionfo vano. Ho imbrogliato loro e me stesso. È questo che dovrei scrivere, quanto mi è costato. Difficile conciliarlo con l’epos della rivolta.
Ronald ascoltò la propria voce uscire bassa e vibrata, quasi non gli appartenesse.
- Che ne è dell’anello?
- Me ne sono sbarazzato. - La mano sottile si aprì sulla superficie liscia del vetro. - Certe volte mi sembra di averlo ancora al dito.
Come se mi mancasse. Credo sia il richiamo del comando, la voglia di sentirsi ancora al centro degli eventi, fare la differenza. O soltanto l’assurda pretesa di riscattare i morti.
C’era qualcosa di penoso, di commovente, nel modo in cui fissava gli anelli.
Ronald ricordò la passeggiata con Hogarth in quelle sale.
- Proprio qui, una volta, mi è stato detto che spetta a noi decidere come usare la piccola forza creatrice che abbiamo in dote.
Lawrence sorrise.
- Il vecchio Merlino lo ha detto anche a me, molto tempo fa. – Si voltò a guardarlo. - Come prosegue la sua storia?
La domanda era giunta inattesa. Ronald si accorse di non avere risposte.
- Non lo so.
- Allora forse dovrebbe scoprirlo.
Ronald annuì, senza sapere cosa aggiungere. Lawrence tornò a fissare gli anelli.

Lawrence porta simbolicamente un anello del potere di cui poi se ne sbarazza anche se certe volte pensa di averlo ancora al dito come se gli mancasse. Lui crede che sia il richiamo del comando “Lawrence, Lawrence, metti l’anello, metti l’anello” (da leggere con accento barese). E Tolkien (di Wu Ming 4) cosa risponde? “Proprio qui, una volta, mi è stato detto che spetta a noi decidere come usare la piccola forza creatrice che abbiamo in dote”. Non vi ricorda un film di qualche anno fa?

Frodo/Lawrence/Rose: Vorrei che l'Anello non fosse mai venuto da me. Vorrei che non fosse accaduto nulla.
Gandalf/Tolkien/Jack: Vale per tutti quelli che vivono in tempi come questi, ma non spetta a loro decidere; possiamo soltanto decidere cosa fare con il tempo che ci viene concesso. Ci sono altre forze che agiscono in questo mondo, Frodo/Lawrence/Rose, a parte la volontà del Male; Bilbo era destinato a trovare l'Anello. Nel qual caso anche tu eri destinato ad averlo; e questo è un pensiero incoraggiante!

Al Tolkien (di Wu Ming 4) gli viene chiesto “come finisce la storia?” la sua risposta è “non lo so” e allora Lawrence replica “Allora forse dovrebbe scoprirlo”… ed è così che nacque l’idea del Signore degli Anelli che verrà scritta 17 anni dopo…

Mini-capitolo 36. Leeds
Il cuore di questo mini-capitolo è l’incubo che vive Tolkien (di Wu Ming 4) nelle vesti di Beleg il quale, dopo aver salvato e portato in salvo Turin Turambar, gli taglia le corde ai polsi e poi alle gambe ma questi si sveglia e gli salta addosso. Tolkien (di Wu Ming 4) non fa la fine di Beleg perché si sveglia in tempo ritrovandosi seduto sul letto con i passerotti che annunciano l’alba.
Di questo mini-capitolo, la cosa che più mi ha colpito però, è il suo inizio con la descrizione del luogo dove Tolkien (di Wu Ming 4) si trova a vivere a Leeds.
Scrive Wu Ming 4:

Ronald misurò la stanza in pochi passi. Era angusta e spoglia. Nonostante l'estate fosse finita e le sere non più miti, si sentiva soffocare. Aprì la finestra, sperando che questo gli facesse venire voglia di uscire, ma i profili degli edifici erano tetri, più scuri della notte che li avvolgeva. Il vialetto sottostante si perdeva oltre la curva, dove la periferia della città sfumava in un reticolo di stradine, tra capannoni caliginosi e prati spelacchiati. Quella grande zona grigia, non più città, non ancora campagna, ricordava la Terra di Nessuno, disseminata di detriti d'ogni genere: lamiere contorte, bidoni arrugginiti, vecchi pneumatici. Le città industriali lo inorridivano, avevano la tendenza a espandersi, espellendo i propri scarti e spargendoli nel circondario. Fino a quando anch'essi non fossero stati raggiunti dall'ansia edilizia e inglobati nelle fondamenta di nuovi quartieri e distretti. La campagna moriva, sommersa di ferraglia e immondizia, mentre il paesaggio mutava per sempre, il terreno contaminato, inaridito dai liquami e dagli olii combusti. Un'offensiva che metteva in rotta la natura e consegnava il territorio al secolo dell'industria. Rimpianse Oxford, la possibilità di uscire a piedi dall'abitato e passeggiare attraverso i campi. Gli mancavano il giardino botanico e il suo vecchio amico frondoso, la luce filtrata dai rosoni e l'odore del legno antico.

Questo ciò che vedeva e sentiva Tolkien (di Wu Ming 4) poco prima che il suo secondogenito Michael venisse al mondo il 20 ottobre 1920. E il vero Tolkien dello stesso periodo?

Il primo ottobre del 1920, grazie all’aiuto del Professor George S. Gordon, il vero Tolkien affittò un monolocale al numero 21 di St Michael’s Road, nel sobborgo di Headingley. Per farvi capire la “grande zona grigia, non più città, non ancora campagna, ricordava la Terra di Nessuno, disseminata di detriti d'ogni genere: lamiere contorte, bidoni arrugginiti, vecchi pneumatici” in cui avrebbe vissuto il vero Tolkien, allego una foto della zona esatta in cui si trovava il suo appartamento. Sono due foto, in alto siamo nel 1926 e in basso nel 2017. Notate quanto degrado?
A parte gli scherzi, di fronte al suo appartamento c’era la chiesa anglo-cattolica di St Michael and All Angels il cui vicario in quel periodo, 1918-1933, fu il reverendo Richard Henry Malden, una figura di primo piano della chiesa anglicana che fu anche studioso di classici e di testi biblici oltre che scrittore di storie di fantasmi. Annoto questo, così magari in una nuova edizione, e non ristampa, del libro magari Wu Ming 4 fa fare un salto al suo Tolkien, giusto per uno scambio di idee sui fantasmi… tanto è un romanzo di fantasia!    
In quella zona è presente il Woodhouse Ridge, nota come “The Ridge”, dove si trova ancora oggi anche il Ginnel, un tipico vicolo di passaggio stretto e lungo, e una delle poche aree boschive rimaste dell'antico maniero di Leeds ricca di sentieri e punti di osservazione davvero belli. Posto alcune foto degli anni in cui vi abitava Tolkien… vi ricordano qualcosa?
Chiaramente meglio questo luogo vissuto dal vero Tolkien che quello vissuto dal Tolkien (di Wu Ming 4) dove “la campagna moriva, sommersa di ferraglia e immondizia, mentre il paesaggio mutava per sempre, il terreno contaminato, inaridito dai liquami e dagli olii combusti”. Claire Rae Randall, un residente da oltre quarant’anni in quella zona, e grande appassionato di Tolkien, nel suo articolo del 2013, Tolkien and Headingley, scrive che: “il borgo assonnato di Headingley, con le sue radici anglosassoni e antichi alberi, deve essere stata una scoperta molto apprezzata da Tolkien”. 
Randall cita “antichi alberi” e non lo fa a caso. Infatti, mentre al Tolkien (di Wu Ming 4) gli manca “il suo vecchio amico frondoso”, Tolkien vero poteva ammirare ogni giorno l’antica quercia (foto) che, fino al 1941, si presentava maestosa a chiunque percorresse la lunga e alberata Shire Oak Rd che si trova proprio dove Tolkien (di Wu Ming 4) seguendo il “vialetto sottostante si perdeva oltre la curva, dove la periferia della città sfumava in un reticolo di stradine, tra capannoni caliginosi e prati spelacchiati”.
Tolkien vero, nel marzo 1921, fu raggiunto dalla famiglia da Oxford per trasferirsi nella nuova casa, un appartamento ammobiliato di proprietà della signora Moseley, nipote del Beato cardinale John Henry Newman, al numero 5 di Holly Bank. La zona? Sempre Headingley, a 270 metri dalla precedente abitazione! Ciò che vive Tolkien (di Wu Ming 4), in realtà, il vero Tolkien e la sua famiglia lo vivono a partire dalla fine di agosto 1921, quando si avvicinano all’Università di Leeds in un appartamento al numero 11 di St Mark's Terrace, Woodhouse Lane, a 2 kim a sud di Headingley. 
Era quell’appartamento, come ricordano i figli Priscilla e John, situato in un quartiere “sporco e coperto di fuliggine con le tende che bisognava cambiarle ogni sei mesi per come s’imbrattavano. Lo stesso Michael, di pochi anni, si copriva di fuliggine se lasciato fuori nella carrozzina” (Tolkien Album Family, 45). Una situazione che durò poco più di due anni e mezzo, poiché i Tolkien acquistarono una casa a tre piani e vi si trasferirono il 17 marzo 1924. La zona? A “nord ovest della città, vicino a de campi liberi dove Tolkien portava i suoi figli a fare delle passeggiate (Reader’s 498). L’indirizzo era 2 Darnley Road, West Park, a pochi minuti a nord di… Headingley.

Mini-capitolo 40. Benvenuto
Nel quarantesimo mini-capitolo, Tolkien (di Wu Ming 4) torna a casa per vedere il suo secondogenito nato il mercoledì 20 ottobre. Di queste paginette, ciò che merita attenzione sono tre passaggi. Il primo riguarda Edith e un tema molto caro a Tolkien, la Fede. Scrive Wu Ming 4:

Una sola cosa lo amareggiò davvero. Edith gliela comunicò la mattina dopo il suo arrivo. Non sarebbe più andata in chiesa. Il modo in cui lo disse lasciava intendere che non avrebbe avuto senso insistere. Anche questo faceva parte dei cambiamenti avvenuti in sua assenza. Così Ronald si rassegnò ad andare alla messa da solo.
Fu l’unica nota dolente perché nonostante il subbuglio, si sentiva di nuovo a casa, tra i suoi affetti, non più oppresso dalla solitudine di Leeds, anche se i giorni trascorrevano in fretta e presto avrebbe dovuto tornare alla vita divisa.

Come già accennato in precedenza, Wu Ming 4, a mio avviso, banalizza un aspetto molto importante nella vita di Tolkien e della sua famiglia. Edith si allontanò dalla Chiesa cattolica alcuni anni dopo i fatti inventati e nel periodo successivo all’arrivo nella loro vita di C. S. Lewis, nel 1926anche se poi sarebbe ritornata anni più tardi sui suoi passi abbracciando la fede cattolica e in maniera ancora più convinta. Non capisco il perché inserire, banalizzandola, questa parte della vita della famiglia Tolkien. Parlo di banalizzare perché non è pensabile che per Tolkien vero, quella decisione “fosse l’unica nota dolente perché nonostante il subbuglio, si sentiva di nuovo a casa, tra i suoi affetti”. Lo ritengo assurdo e non giustificabile neppure in un romanzo di fantasia di un autore che scrive di aver “colmato dei buchi della biografia”. A questo si aggiunge che Tolkien (di Wu Ming 4) non si sentiva “più oppresso dalla solitudine di Leeds”. Solitudine? Aveva iniziato a Leeds il 4 ottobre, un lunedì, e fino al 22 (il figlio era nato mercoledì 20 ma lui era tornato il fine settimana) era tornato a casa già due week end! Per uno che aveva svolto il servizio militare durante la prima guerra mondiale sentirsi “oppresso dalla solitudine” per alcuni giorni fuori casa, e di certo non a combattere, è davvero il colmo!

Il secondo punto interessante è la scena che si trova a vivere Tolkien (di Wu Ming 4) che, di notte sente dei rumori. Scrive Wu Ming 4 che “La stanza dove dormiva era l'unica al piano terra. Si affacciò sul corridoio e vide la luce uscire dallo studio”. Qui non ho ben capito. Rewind… la stanza dove dormiva Tolkien era l’unica al piano terra, però lui sente i rumori e si affaccia sul corridoio e quindi al piano terra c’era la sua stanza più il disimpegno. Ma Tolkien (di Wu Ming 4) vede una “luce uscire dallo studio”. Quindi al piano terra c’erano la stanza dove dormiva, il disimpegno e lo studio. E perché Wu Ming 4 scrive “La stanza dove dormiva era l'unica al piano terra”? Con l’immancabile punteggiatura (minima) a sottolineare la maestosità della frase appena pronunciata! Comunque, Tolkien (di Wu Ming 4) percorre “il corridoio a passi lenti lottando per contenere l’ansia” e quando arriva davanti allo studio sente “la paura azzannarlo alla nuca”. E chi ci sarà mai al punto da far spaventare un ventottenne che era stato in trincea e aveva visto la morte vera con i propri occhi? Suo figlio John di appena tre anni! Scrive Wu Ming 4:

Il bambino gli dava le spalle, giocava con la barchetta di carta che gli aveva costruito quel pomeriggio, e intanto parlava a bassa voce.
- John, che ci fai qui? E' ora di dormire.
Il piccolo si voltò serio. Non sembrava troppo sorpreso di vederlo.
- Papà.

Immagino che il piccolo John Francis di Wu Ming 4, ruoti la testa come in quei film horror o qualcosa del genere…
Tolkien (di Wu Ming 4) si rivolge a lui:

- Con chi parlavi, John?
Gli prese di mano la barchetta e la lasciò sulla scrivania. Il bimbo nascose il viso contro il suo petto. Ronald sorrise.
- Non me lo vuoi dire?
In quell’attimo si pietrificò, investito dalla stessa sensazione provata nella stanzetta di Leeds, dopo la notte d’incubi. Solo che adesso era molto più forte e ghiacciava il sangue.
John rispose con la bocca contro il suo pigiama.
- Con ‘li elfi.

Con ‘li elfi… con ‘li elfi…

Ripreso da questa perla di dialogo, passo al terzo passaggio quello in cui Edith di Wu Ming 4 raggiunge il marito e, vedendolo scosso (e ci credo, dopo aver sentito il figlio dire ‘li elfi!) ne chiede il motivo sottolineando come quello star così del consorte “- E' qualcosa che riguarda te, Ronald. - insistette lei. - Qualcosa che hai smarrito”:

Edith non smise di fissarlo. Ronald conosceva quella determinazione. Era la stessa con cui pochi giorni prima gli aveva annunciato che non sarebbe più andata in chiesa. [aridaje]
- Non hai mai voluto parlarmene e io ho rispettato questa decisione. [Non ne ha mai parlato perché sarebbe accaduto anni dopo e per motivi diversi!]
E forse adesso è troppo tardi perché possa aiutarti. Però io... noi vogliamo raggiungerti a Leeds e per farlo abbiamo bisogno che tu torni te stesso. - gli sfiorò il volto con una carezza triste e dolce.
- Oppure non verremo.

Che famiglia unita questa narrata da Wu Ming 4 e molto cattolica! O curi i tuoi problemi oppure noi non saremo al tuo fianco!

Mini-capitolo 45. Tea Club Barrovian Society
L’ultimo riferimento a Tolkien è in questo mini-capitolo ed è legato a questa frase epica, evocativa quasi leggendaria cui potevano, a mio avviso, tranquillamente seguire i titoli di coda con sottofondo i 92 minuti di applausi di fantozziana memoria non per la performance ma, bensì, per la fine di questa estenuante lettura:

[Hogarth] Non poteva che provare una profonda compassione per quell’uomo solitario e patetico, Lawrence Turambar, padrone del fato e distruttore di se stesso.

Conclusioni

Al termine della lettura di questo lavoro di Wu Ming 4 (non la chiamo fatica perché quella l’ho fatta io nel leggerlo) è bene tirare le somme su ciò che mi chiedevo in apertura: ma in questo romanzo dov’è e cosa c’entra Tolkien?
Ciò che ne ho tratto, è che Wu Ming 4 abbia inserito il personaggio di J. R. R. Tolkien per due macro ragioni: la prima salta agli occhi dopo una lettura del testo e ben si spiega se si applica a Wu Ming 4 quanto scritto dall’AIST in riferimento al lavoro di Hillard: “senza voler dare giudizi affrettati, sembra proprio che anche questo romanzo segua una moda consolidata nei paesi anglosassoni: sfruttare il nome di Tolkien per farsi pubblicità”. Convinzione confermata alla fine della lettura giacché la figura di Tolkien ha un’incidenza nella storia generale pari allo zero virgola.
La seconda è più complessa e viene alla mente dopo una lettura più approfondita e analitica. Wu Ming 4, e non è il solo in certa letteratura, presenta al lettore un puzzle composto da tasselli della vita reale di Tolkien, spesso non coincidenti con il periodo narrato, ed palesi ed evidenti invenzioni che danno al lettore un’immagine verosimile, ma molto lontana dalla realtà, di Tolkien i cui pezzi sembrano combaciare alla perfezione. Ma questo è il risultato dell’idea che Wu Ming 4 voleva ottenere dietro la storia romanzata o il riempito dei buchi nella biografia. Personalmente, ho trovato la stessa approssimazione, unita a un tirare a indovinare, che ritrovo in quei romanzieri che hanno poca dimestichezza con le verifiche e le ricerche sui personaggi prima di iniziare a raccontarli. Eppure, Wu Ming 4 aveva a disposizione moltissimo materiale pubblicato prima del 2008, anno di uscita di Stella del mattino.
Alla fine del libro, Wu Ming 4 cita degli autori ringraziandoli simbolicamente per i volumi che hanno scritto. Partiamo da chi cita: Humphrey Carpenter, e di certo si riferisce alla sua Biografia, un testo interessante, e ancora fondamentale, anche se scritto tra il 1975 e il 1977 e non privo di difetti spesso figli di personali interpretazioni, o enfasi, come ad esempio la distinzione Sarehole-Birmingham/campagna paradisiaca-città industriale oppure i primi studi sul Kalevala. Un testo, quello di Carpenter, però ormai superato per chi studia o scrive di Tolkien dal punto di vista biografico. Di Carpenter, sicuramente Wu Ming 4 fa riferimento anche alle Lettere, ma non si comprende del perché non tiene conto di alcune verità lì riportate modificandone la storia come nel caso di Edith chiamata Luthien. Peter Gilliver, Jeremy Marshall e Edmund Weiner e il loro The Ring of Words, un testo interessante sull’esperienza di Tolkien con il New English Dictionary, ma che sembra essere stato utilizzato poco, giacché il riferimento a quell’esperienza si conclude in un paio di pagine con la citazione dell’inflazionata parola walrus alla quale Tolkien lavorò e la cui storia si ritrova davvero ovunque su internet. Tom Shippey, che resta un indiscusso pilastro degli studi tolkieniani, ma che sembra essere stato inserito perché “non si può non citare Shippey”; perché in almeno altri due volumi scritti o curati da Wu Ming 4, ci sono le traduzioni di suoi saggi scritti però tra il 1991 e il 1993; e sicuramente perché Wu Ming 4 lo considera il “massimo esperto tolkieniano vivente”, come scrisse il primo dicembre 2010 in una breve notizia sul suo sito che rimandava ad un suo scritto dove si legge “forse il maggiore studioso vivente di Tolkien” e postato nella stessa data… Non è chiaro quindi se per lui è “il massimo” o “forse il maggiore”… fate vobis. Michael White, la cui Biografia presenta diverse ricostruzioni prive di riferimenti come quello che nello studio di Tolkien ci fosse un buco nel pavimento e che questo diede l’input per la scrittura de lo Hobbit. E infine John Garth, con il suo Tolkien e la grande guerra, un testo davvero importante ma che dalla lettura si evincono conclusioni diverse da quelle fatte vestire dal Tolkien di Wu Ming 4. Chi manca? Su tutti Christina Scull e Wayne Hammond che ben due anni prima della pubblicazione di Stella del mattino avevano portato in libreria i due monumentali volumi biografici su Tolkien. Un lavoro immane da cui nessuno, anche se per fantasia, può prescindere. Leggendo questi ultimi due volumi, ci si convince con forza che Wu Ming 4 non ha colmato buchi nella biografia del Tolkien vero, ma ha ignorato e a volte cancellato quello che si conosce non prendendo visione di informazioni e a cui ogni studioso dovrebbe far riferimento prima di scrivere qualunque cosa possa essere legata alla vita del Professore.
Dalla lettura di Stella del mattino, ciò che ne viene fuori è una ricostruzione della sua vita irriconoscibile. Si dirà che Wu Ming 4 spiega bene come il testo sia un romanzo ma non è possibile scrivere di un autore morto poco più di quarant’anni fa, collocarlo in un arco di tempo ben preciso (in questo caso tra il 1919 e il 1920) e ricostruirgli la vita attorno con avvenimenti che vivrà quasi dieci anni dopo o conclusioni cui arriverà dopo venti. E questa ambiguità tra lo scrivere un romanzo di fantasia e il voler “colmare buchi della sua biografia” l’alimenta lo stesso Wu Ming 4 come quando presenta il libro sul suo sito:

E’ chiaro quindi che Stella del mattino è un’opera di fantasia basata sulla documentazione storica, niente di diverso da quello che il collettivo Wu Ming fa di solito. La differenza, se vogliamo, è che in questo caso la documentazione si spinge parecchio in profondità, fino a mappare le relazioni personali tra alcuni personaggi del romanzo.

Documentazione storica? Documentazione che si spinge parecchio in profondità? (Forse intende che si è toccato il fondo!). E perché non si cita mai, ad esempio, che nel periodo preso inconsiderazione, tra l'estate e l'autunno 1919, il Tolkien vero era alle prese con un altro lavoro che lo impegnò moltissimo, al punto di ridurre l'attenzione verso "altro", e che gli sarebbe poi tornato utile nella carriera universitaria? E mi riferisco al A Middle English Vocabulary commissionatogli da Kenneth Sisam per il suo Fourteenth Century Verse and Prose. E non parliamo di robetta se si considera che Tolkien, quello vero, analizzò le circa 43 mila parole presenti nei testi in Medio inglese e produsse un Glossario di 4.740 voci, quasi 6.800 definizioni, 15.000 riferimenti a luoghi, circa 1.900 riferimenti incrociati a forme diverse della stessa parola e infine una lista di 236 nomi propri citati nei testi! 
Wu Ming 4 asserisce di essere arrivato fino a mappare le relazioni personali tra alcuni personaggi del romanzo. Ma se furono inesistenti! Ma c’è di più, come si legge sempre nella presentazione su citata:

Tolkien era il personaggio meno avventuroso e plateale, un tipo tranquillo, tutto in superficie, e per questo è stata una bella sfida ricavare anche per lui un plot che fosse avvincente, una parabola compiuta. In sostanza ho immaginato le avvisaglie di una patologia post-traumatica che mettesse a repentaglio il suo quieto vivere. Come prendere un borghese piccolo e conservatore e metterlo davanti all’imponderabile, all’inconscio, ai fantasmi.

Ma questo, nella realtà, non fu Tolkien. Scrive John Garth:

Un uomo pallido e provato siede sul suo letto di convalescenza in un ospedale di guerra. Tira fuori un quaderno e usando una calligrafia molto elaborata scrive sulla copertina: “Tuor e gli esuli di Gondolin”. Poi si ferma, riflette un po’, sospira fra i denti chiusi sulla pipa e borbotta: «No, questo non può più andare». Cancella il titolo e scrive (senza abbellimenti): “Un ufficiale subalterno sulla Somme”.
Ovviamente non e così che sono andate le cose: Tolkien ha scritto una mitologia, non un libro di memorie di guerra. La Terra di Mezzo contraddice la visione prevalente della storia letteraria, ovvero che la Grande Guerra abbia inferto alle tradizioni epiche ed eroiche un colpo mortale. Questo poscritto sosterrà che nonostante la sua scarsa ortodossia, e decisamente in contrasto con la sua immeritata reputazione di scrittore escapista, le opere di Tolkien riflettono l’impatto della guerra; inoltre sosterrò che la sua voce dissidente esprime aspetti dell’esperienza di guerra che i suoi contemporanei hanno tralasciato. Questo non significa che la sua mitologia sia stata una risposta diretta alla poesia o alla prosa dei suoi contemporanei, ma che insieme rappresentano risposte ampiamente divergenti alla stessa epoca traumatica. (Garth, 373)

La guerra su Tolkien ebbe un effetto diverso giacché “qualunque fosse il malessere che colpiva gli altri scrittori, le sue energie creative erano al massirno nell’inverno 1916-17 quando iniziò “Il Libro dei Racconti Perduti” (Garth, 374). Sempre Garth spiega come:

Da quel “punto morto” emersero due movimenti letterari nuovi ed enormemente influenti: primo, uno stile di scrittura di guerra che ha ottenuto lo status di “classico”; secondo, il Modernismo. Entrambi ebbero su Tolkien un’influenza trascurabile. Egli non ebbe alcuna parte nella sperimentazione modernista dei primi anni del dopoguerra, una riflessione soprattutto sullo shock, il caos morale e la scala sconcertante della guerra. L'epoca della Terra Desolata e dell’Ulisse era per lui «un’epoca in cui a tutti gli autori si permette di bistrattare l’inglese (specialmente se in modo dirompente) nel nome dell’arte o della “espressione personale”». Del resto egli non partecipò neanche a quel tipo di letteratura oggi considerata l’epitome delle trincee: della pletora di scritti prodotti dai soldati, ciò che si ricorda e un amalgama di amare proteste e di coraggiosi primi piani, inflessibilmente diretti alla descrizione della vita e della morte in trincea. (Garth 374)

Ciò è valso a Tolkien sia il disprezzo “quei recensori che non riescono a leggere il suo stile di prosa senza sospettarlo di sciovinismo” che il disagio anche di alcuni suoi ammiratori:

In un saggio che solleva alcuni punti interessanti su come la Somme abbia influenzato la Terra di Mezzo, Hugh Brogan si chiede schiettamente: «come è possibile che Tolkien, per cui il linguaggio era la sua vita, abbia potuto superare la Grande Guerra, con tutti i suoi discorsi vuoti ed enfatici e le sue menzogne, e continuare a sostenere uno stile letterario “feudale”». Brogan conclude che, rifiutando di conformarsi alle nuove regole stabilite da Robert Graves e dell’arcimodernista Ezra Pound, Tolkien abbia portato avanti «un atto di deliberata sfida contro la storia moderna». (Garth, 376)

Per Wu Ming 4, poi, Tolkien sarebbe stato un borghese piccolo e conservatore! E per questo inventa “avvisaglie di una patologia post-traumatica”. Nel periodo preso a riferimento da Wu Ming 4, chiaramente utile alla sola idea che lui aveva in mente quando ha scritto Stella del mattino, la vita di Tolkien fu tutto tranne che monotona o priva di accadimenti meritevoli, forse, più di altre cose qui inserite. La sua vita, contestualizzata e storicizzata, non fu affatto di “superficie”… E questo modo di raccontare Tolkien, mi si perdoni, non lo può utilizzare chi si autoproclama “Difensore della Terra di Mezzo” al punto da scrivere, qualche anno più tardi, “un libro da battaglia, che fa piazza pulita dei pregiudizi sul padre della Terra di Mezzo e lo mette finalmente sotto la giusta luce” e che mi divertirò a leggere e ad analizzare prossimamente.
Si colmano buchi nella biografia, come spiega Wu Ming 4, quando questi buchi ci sono non quando esiste alle spalle una letteratura capace di ricostruire aspetti della quotidianità del professore oxoniense che avrebbe potuto rendere più vero il personaggio di Tolkien e magari presentarlo meno intontito di come lo si presenta qui. Questo significa aver volutamente scelto d’ignorare quelle informazioni oppure di non conoscerle. In entrambi i casi, ciò non gioverebbe alla reputazione dell’autore. Ma questo è un parere personale.
Durante la lettura mi è spesso venuta in mente una dei concetti espressi dalla Tolkien Estate a Hillard: il suo romanzo “banalizza il nome, la personalità e la reputazione del compianto professore”. E penso a quanto la Tolkien Estate abbia da ridire, e non solo a voce, con chi utilizza nomi inventati da Tolkien, quello vero, che anche qui si ritrovano come Turin Turambar, Beren, Luthien, The Fall of Gondolin.

Chiudo, invitandovi a leggere Stella del mattino di Wu Ming 4, perché non può e non deve una recensione impedire il piacere di farsi una propria idea su un testo che magari si scoprirà interessante e piacevole. Anche io ho fatto la stessa cosa e non mi sono fermato alla prima recensione negativa che ho letto, Un malloppo di fesserie dentro una copertina di Giuseppe Iannozzi e neppure a quelle a favore come La nuova epica del tempo presente di Mauro Trotta sul «Manifesto». Il libro lo trovate in libreria, se avete piacere nell’averlo cartaceo, oppure in pdf messo gentilmente a disposizione dallo stesso Wu Ming 4 a questo LINK.

Concludo questa recensione, che è stata scritta per puro piacere, dicendovi che mai ho inteso dire: non fidatevi di nessuna cosa che leggete; quanto piuttosto: non fidatevi di ogni cosa che leggete.

Postilla

Mi concedo una postilla solo perché è strettamente legata a quanto su scritto. Tolkien e sua moglie Edith sono stati anche protagonisti di un altro racconto dello stesso Wu Ming 4 pubblicato nel numero 2 del trimestrale «Speechless Magazine» del 2012, Figlia del crepuscolo. Cinque pagine dove, questa volta Tolkien ha un ruolo marginale e la scena è tutta della Edith di Wu Ming 4.
Il racconto si apre sul fronte francese, 1917. con i soldati che si ritrovano “Davanti a loro, la Terra di Nessuno era una distesa brumosa di fango, crateri, legni scheletriti. Un caos funereo e senza vita”. Più che la Piccardia, mi sembra la Leeds del Tolkien (di Wu Ming 4) in Stella del mattino: “Quella grande zona grigia, non più città, non ancora campagna, ricordava la Terra di Nessuno, disseminata di detriti d'ogni genere: lamiere contorte, bidoni arrugginiti, vecchi pneumatici”.

Comunque, Wu Ming 4 narra dello scontro tra (penso) il suo Tolkien e una creatura così descritta (si noti la caratteristica punteggiatura minima sempre con lo scopo di annunciare non si sa bene cosa):

Il terzo ruggito annunciò l'epifania del demone.
Due braci rosse sulla mole nera di zanne, artigli, coda.
Spianò le grandi ali da pipistrello, ma non spiccò il volo. Lo raggiunsero prima i proiettili della mitragliatrice, che crivellarono le ali riducendole a brandelli. Questo lo rallentò soltanto. E aumentò la sua rabbia, che si fece limpida, rossa, tonante.
L'uomo in cima alla scaletta avanzò tra i cadaveri e fece fuoco con entrambe le pistole, a ripetizione, finché i caricatori non scattarono a vuoto. Allora estrasse dalla cintura un coltello ricurvo e attese.
«Non passerai», disse. «Ritorna nell'ombra!»

E dopo questa originalissima frase sento nella testa quel “nooooooooooo” di Frodo della pellicola di Peter Jackson! Il racconto però, come dicevo, si concentra sulla figura di Edith, la moglie del Tolkien (di Wu Ming 4), l’anno dopo, il 1918. Edith è a casa e sbircia dalla finestra in un’ora “in cui nessuno più si attardava fuori”, una figura ferma all’incrocio. “L’avevano trovata.” Chi? Perché? Suspence, adrenalina e curiosità che assalgono il lettore come chi legge Topolino e sa che a breve comparirà il cattivone Macchia Nera, il personaggio nato dalla mente del maestro Floyd Gottfredson e dello sceneggiatore Merrill De Maris!
La Edith di Wu Ming 4 sa chi è, e che non è lì da solo, perché il tipo lo ha già incontrato la primavera precedente quando questi le si avvicinò chiamandola “Mary”, e li prontamente ricevendo un “il mio primo nome è Edith”. E qui, visto che siamo in vena di fantasie romanzate, immagino che Wu Ming 4 non abbia raccontato che per due ore e mezza il discorso tra Edith e l’anonimo guardone fu interrotto ogni due secondi dal botta e risposta “hai capito Mary?” con “hai capito che mi chiamo Edith?”.
Ritornando a Wu Ming 4, nel primo incontro il misterioso soggettone rivelò a Edith di essere:

«Un conoscente di tuo padre.»
«Io non l'ho mai conosciuto invece. È lui che vi manda?»

E qui, sempre non raccontato, forse altre tre ore di un estenuante “Conoscevo tuo padre” con “è lui che vi manda?”, no ma “conoscevo tuo padre” e allora “è lui che vi manda?” no ma…
Riprendiamo il racconto di Wu Ming 4 con lo sconosciuto che risponde «No. Sono qui per dirti quello che lui non ti ha detto. Qualcosa che sospetti fin da quando eri piccola.» E lei “è mio padre che vi manda!” ... scherzo, questo nel racconto di Wu Ming 4 non c’è ma ho immaginato la situazione.
Il misterioso guardone era ritornato e con lei ora c’era suo marito e suo figlio che dormivano. Ma la Edith di Wu Ming 4 ha coraggio da vendere, s’infila le soprascarpe del marito e “infilò il cappotto e rialzò il bavero” (manca solo e mane 'int'a sacca e Luna rossa è servita). Appena vestita, gli viene alla mente la conversazione tenuta con il misterioso guardone l’anno prima, e s’intuisce la paranormalità di quanto si sta leggendo. Il misterioso guardone accusa la Edith di Wu Ming 4 di sapere che lei “era diversa” e che “sapeva cosa doveva fare dal primo momento che ha incontrato” il marito. Ma cosa doveva fare? Prima di capirlo, si apprende che il misterioso guardone, ovviamente, osservava Edith (la chiama sempre Mary e voi immaginate lei che risponde “mi chiamo Edith”) in tutto ciò che faceva e lei, che avrebbe dovuto sapere chi fosse, si meraviglia di ogni rivelazione! Allora Edith chiede di esser lasciata in pace, e il misterioso guardone le risponde:

«Quale pace, Mary? (aridaje) L'umanità ha appena concluso la guerra più sanguinosa della storia e questa pace non produrrà che altre guerre. Non senti quanto suonano vuote le tue parole? Loro non sanno, vivono nell'inconsapevolezza. Ma tu sì.»

(Ma tu si Mary… ancora, mi chiamo Edith… )
Poi la finezza di Wu Ming 4, che fa chiedere al misterioso guardone, che in precedenza aveva dimostrato di sapere praticamente tutto, anche le quisquiglie, di Edith:

«Ha iniziato a scrivere qualcosa, non è vero?»
Lei non aveva risposto. L'onniscienza di quell'uomo l'annichiliva. Quell'informazione non era mai uscita dalle mura del Gipsy Green cottage. Nessun altro che lei aveva letto quei racconti.

A parte la domanda dell’onnisciente che chiede ciò che dovrebbe sapere, il riferimento è al periodo che la vera famiglia Tolkien passò a partire dalla primavera del 1918, e quello che colpisce è ciò che pensa la Edith di Wu Ming 4 quando gli si chiede se suo marito ha iniziato a scrivere, con riferimento non all’attività accademica: “Nessun altro che lei aveva letto quei racconti”. Nessuno, a parte una lettura pubblica il 27 novembre 1914, l’invio dei suoi scritti a G. B. Smith e qualcun altro! Ma loro erano lì perché dovevano vietare al Tolkien (di Wu Ming 4) di aprire il varco (ricordate la storia dei Ghostbusters?) ed Edith non doveva fermarli.
Ma il misterioso guardone, assieme ad un secondo misterioso, le dice che lei è stata a salvare suo marito e altre cose del genere, ma la Edith di Wu Ming 4 gli manda al diavolo. Ed è qui che si svela l’identità dei due misteriosi guardoni:

«Il diavolo non c'entra, Mary [ancora?]. Noi siamo angeli. Siamo i buoni. Abbiamo una missione. Ed è anche la tua. Lo sai da anni. Non dirmi che quel giorno, in ospedale, quando sei tornata indietro dalla morte e hai salvato te stessa e il tuo bambino non te ne sei resa conto. È il tuo potere, Mary [è inutile!]. Un grande potere. Pochi di noi saprebbero esserne all'altezza.»

E chi è Mandrake? Però finalmente si capisce cosa sono i misteriosi guardiani:

«I figli del crepuscolo. I guardiani. Qualcuno nei tempi antichi ci chiamava i Grigori. Quello che facciamo è chiudere le porte tra i due mondi. Ogni volta che è possibile, eliminiamo coloro che possono aprirle, tagliamo la pianta alla radice. Altrimenti l'equilibrio verrà distrutto e sarà il caos.»

Sui Grigori, prendo da wikipedia:

I Grigori (dal Greco "oi gregoroi", οι Γρήγοροι, "vigilanti", "custodi" o "guardiani") è un termine utilizzato in alcune opere della letteratura giudaica per indicare gli angeli. In Ebraico essi sono chiamati Irin. Nel Libro di Enoch e nei Giubilei (due Apocrifi dell'Antico Testamento) il termine indica un gruppo di angeli caduti che si sarebbero accoppiati con donne mortali, dando origine a una razza di ibridi nota come Nephilim, descritti come "giganti", in Genesi 6:4 o come "eroi caduti da secoli" in Ezechiele 32:27.

Anche se io penso che i due siano in realtà g il Guardia di Porta e Vinz Clortho il Mastro di Chiavi gli adoratori di Gozer, la semidivinità sumera del 6000 a.C. del film dei Ghostbusters del 1984! Comunque, davanti al rifiuto della Edith di Wu Ming 4 a lasciargli fare quello che volevano fare e che lei non voleva fare, i due grigori decidono di farla fuori e il misterioso guardone che non aveva pronunciato parola fino a quel momento, chiede di poterlo fare lui. E così, come in tutti quei film di una certa stagione televisiva, il tipo si avvicina… però le abbusca! Come?

Ricevette l'arma e la impugnò con sicurezza. Si mosse lateralmente per raggiungere la porta di casa.
Edith arretrò per fronteggiare la minaccia. L'uomo era almeno il doppio di lei. Fece per spostarla di peso. Prima ancora di scattare, Edith si vide farlo. Come se la mente precedesse il corpo, come se sapesse esattamente cosa fare. Mezzo passo di lato e una spinta con entrambe le mani: l'uomo si sbilanciò e scivolò per terra.

Che forza la Edith/Dragon Ball di Wu Ming 4! Ma lui tornò alla carica e lei:

No, tu non lo farai, pensò. Edith schivò l'affondo del coltello, bloccando il braccio dell'avversario e colpì a mano aperta, dritta al viso [tipo metti la cera togli la cera]. Non lo aveva mai fatto prima, ma sentì l'energia sprigionarsi tutta insieme, la rabbia diventare forza. Lui venne sbalzato indietro e finì lungo disteso per terra, tenendosi le mani sul naso. Il sangue macchiò la neve.

Anche il secondo tentò di sopraffare la Edith/Dragon Ball di Wu Ming 4:

Il compare si lanciò su di lei, ma Edith gli spianò in faccia la lama, gocciolando sangue sulla neve, sconvolta dalla propria stessa efficacia.

Niente da fare, i due guardiani di porta non riescono nel loro intento e uno dei due invita l’altro a lasciar perdere. Vanno via come i tizi che le prendono nei film di Bud Spencer e Terence Hill, con una frase minacciosa (ahahaha): «Non è così facile ammazzarci»

A loro! Mentre io sono morto di risate a leggere sto racconto! Chissà se anche alla Tolkien Estate sono contenti del ruolo di Edith in questa storia!

Se volete, potete leggere il racconto a questo LINK

Dimenticavo, questo racconto s’intitola Figlia del crepuscolo e in sintesi è la storia di Edith che difende suo marito da dei guardiani che vogliono evitare che gli scritti di Tolkien possano aprire un varco con il loro mondo parallelo. L’autore è Wu ming 4, al secolo Federico Guglielmi. Sapete di cosa parla Mirkwood: A Novel About J. R. R. Tolkien di Steve Hillard, il tipo che fece arrabbiare la Tolkien Estate e di cui parlavo nella recensione a Stella del mattino?
Durante la seconda guerra mondiale, Tolkien di Hillard si reca negli Stati Uniti, e precisamente a New York, per compiere un “missione top secret”, nel ruolo di agente segreto inglese. In terra americana, Tolkien ha con sé un documento preziosissimo, in cui egli stesso aveva scritto le gesta di Ara una Halfling abitante della Terra di mezzo, che consegna a Jesse Grande, un arrotino, affinché lo custodisse. Quattro decenni dopo, però, la nipote dell’arrotino, che nel frattempo era scomparso, ritrova il documento proprio quando le forze oscure dal Reame fantastico/Terra di mezzo arrivano a New York perché intenzionati a prendersi il documento e cercare chi lo custodisce. La nipote dell’arrotino quindi, si ritrova a proteggere la storia di Ara contro le forze oscure. A proposito, il nome della nipote dell’arrotino nel libro di Hillard è Cadence. Un nome che mi riporta alla mente un verso di John Milton, dal suo Paradise Lost, che recita “Now was the sun in western cadence low” (v. 93, Book X), tradotto da Lazzaro Papi, in Il paradiso perduto, con “Già dal meriggio invêr l'occaso il sole” (v. 111, Libro X). Il sostantivo maschile meriggio può essere impiegato per rendere cadence, specialmente in poesia laddove il termine inglese ha il significato arcaico di declino, specialmente, come anche in questo caso, il declinar del sole, proprio anche del meriggio, sì, ma che culmina nel tramonto, il crepuscolo, il momento in cui il sole viene occiso, da cui occaso e occidente: twilight, sunset, sundown. Nel dizionario Treccani, si trova “Tramonto: il sole volge all’ occaṡo; anche, l’ora, il tempo in cui il sole tramonta”. Cadence = Crepuscolo? Io ho una mia personale idea.

Anticipazione

Il prossimo libro di Wu Ming 4 che penso di recensire sarà Difendere la Terra di Mezzo.

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